Il risarcimento alla Sea Watch e la querelle politica sul silenzio della prefettura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La recente sentenza del tribunale civile di Palermo, quella che condanna lo Stato italiano a corrispondere poco più di settantaseimila euro alla ong Sea Watch per il fermo della nave Sea Watch 3, ha scatenato una reazione politica di quelle pesanti, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo vice Matteo Salvini, tra i primi a intervenire, che parlano di decisione "assurda" e di una "follia" vera e propria -2-8. Il cuore della vicenda, occorre ricordarlo, affonda le radici nell'estate del 2019, quando la nave dell'organizzazione umanitaria, al comando dell'allora capitana Carola Rackete, forzò il blocco navale a Lampedusa per far sbarcare i 42 migranti soccorsi in mare, finendo con l'urtare una motovedetta della Guardia di finanza durante la manovra di attracco -7-10. Un episodio, quello, che divise profondamente l'opinione pubblica e che ora, a distanza di anni, torna alla ribalta non per i profili penali della vicenda – Rackete fu poi prosciolta da ogni accusa – ma per una questione squisitamente amministrativa e, per certi versi, paradossale -8.

Il meccanismo del silenzio-assenso e l’inerzia degli uffici

Se si legge la sentenza con un minimo di attenzione, e lo hanno fatto in molti in queste ore, anche in televisione come il giornalista Marco Lillo nel corso di un vivace contraddittorio con un deputato di Forza Italia, si scopre che la politica c’entra fino a un certo punto -5. La decisione della giudice Maura Cannella, infatti, non premerebbe affatto la "disobbedienza civile" come invece sostiene con una certa enfasi la stessa Ong, ma si limita a prendere atto di un errore procedurale commesso dalla prefettura di Agrigento, un ufficio periferico del Viminale che all’epoca dei fatti era guidato proprio da Matteo Salvini -3. Nel dettaglio, dopo il sequestro della nave disposto il 12 luglio 2019 in base al decreto Sicurezza bis, la ong presentò opposizione il 21 settembre; la legge, in questi casi, è piuttosto chiara e stabilisce che l’amministrazione ha dieci giorni di tempo per rispondere e motivare un eventuale rigetto, trascorsi i quali scatta il cosiddetto silenzio-assenso, che di fatto rende inefficace il provvedimento -3-4. La prefettura, invece, lasciò cadere la cosa nel vuoto per oltre un mese, non rispose, e solo a ottobre negò il dissequestro ignorando però che l’efficacia del provvedimento era già venuta meno per decorrenza dei termini -3.

Le spese vive e la replica dei magistrati agli attacchi del governo

A questo punto, e siamo al 30 ottobre, la Sea Watch non poté fare altro che ricorrere al tribunale civile che, il 19 dicembre del medesimo anno, ordinò la restituzione immediata dell’imbarcazione, confermando di fatto l’illegittimità del fermo protrattosi oltre i termini consentiti -3. I settantaseimila euro che ora lo Stato – e quindi i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia insieme alla prefettura di Agrigento – dovrà pagare, non rappresentano quindi una "multa" o una sanzione politica, ma il rimborso delle spese vive che la ong ha dovuto sostenere in quei due mesi di sequestro divenuto inefficace: circa trentanovemila euro di spese portuali e di agenzia, trentunmila e cinquecento di carburante per mantenere la nave in efficienza, più cinquemila di spese legali -3-4. Alla replica del governo, che parla di un ennesimo attacco della magistratura alle politiche migratorie dell’esecutivo, è arrivata puntuale la risposta del presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, il quale ha tenuto a sottolineare come denigrare i giudici per una sentenza non gradita, e per giunta senza conoscerne le motivazioni, non abbia nulla a che vedere con quel diritto di critica che pure spetta a ogni cittadino -1-8.

La campagna referendaria e il caso parallelo del dissequestro a Catania

La vicenda, già di per sé complessa, si inserisce in un clima politico piuttosto teso, quello della campagna per il referendum sulla giustizia, e non è un caso che lo stesso Salvini abbia subito collegato il risarcimento alla necessità di votare Sì per cambiare quella che lui definisce una "in(Giustizia)" che non funziona -9. Un collegamento, questo, che appare quanto meno forzato a molti osservatori, dato che la sentenza in questione è stata emessa da un giudice civile e non penale, e nulla ha a che vedere con la separazione delle carriere o con l’operato dei pubblici ministeri -5. Quasi in contemporanea, quasi a gettare altra benzina sul fuoco, il tribunale di Catania ha annullato il fermo di un’altra nave della Ong, la Sea Watch 5, suscitando nuove ire nella maggioranza che parla di un disegno chiaro per ostacolare il contrasto all’immigrazione irregolare -4. Un clima, quello venutosi a creare, che il procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio ha invitato a raffreddare, ricordando come le sentenze vadano lette con onestà intellettuale e con i corretti strumenti giuridici, senza lasciarsi trascinare in facili e strumentali politicizzazioni -1.

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