Madre e figlia morte a Campobasso, l’ipotesi della ricina e il giallo del pranzo di Natale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita, entrambe residenti a Pietracatella e decedute dopo il pranzo di Natale, ha subito una brusca accelerazione. Ciò che nelle prime ore era stato archiviato come un drammatico caso di intossicazione alimentare, si è trasformato in un’inchiesta per omicidio. I pubblici ministeri, al momento, procedono contro ignoti, ma il nuovo fascicolo aperto – quello per duplice omicidio premeditato – fa luce su un particolare sinistro emerso solo dopo settimane di analisi. A far scattare la svolta sono stati gli esami tossicologici: tracce di ricina, un veleno potentissimo senza un antidoto efficace, sarebbero state isolate nei campioni di sangue prelevati dalle due vittime. Un riscontro, questo, ottenuto non solo nei laboratori italiani ma anche attraverso analisi effettuate all’estero, a conferma della complessità del quadro probatorio.

I funerali e l’assenza di sospetti nelle prime settimane

Il 10 gennaio 2026, Pietracatella si era stretta intorno al dolore della famiglia. I funerali di madre e figlia si svolsero in un clima di sconcerto generale, a due settimane esatte dalla loro scomparsa avvenuta all’ospedale Cardarelli di Campobasso. In quella circostanza, il marito della donna e la primogenita della coppia – quest’ultima assente al fatidico pranzo di Natale – avevano partecipato alla cerimonia visibilmente segnati dal lutto, mentre ancora non si sospettava la natura dolosa dell’evento. La comunità (il riferimento è agli abitanti) si interrogava sulle cause di un malore tanto rapido e letale, convinta ancora che si trattasse di un incidente domestico legato al cibo consumato durante le festività.

La svolta investigativa e il ruolo del medico legale

A cambiare il corso delle indagini è stata la velocità con cui le condizioni delle due donne erano precipitate, un elemento che aveva subito insospettito i sanitari. Secondo la spiegazione fornita dai consulenti tecnici, e ripresa dal medico legale incaricato dalla procura, la ricina agisce bloccando la sintesi proteica all’interno delle cellule, provocando una necrosi tissutale che mima i sintomi di una gastroenterite violenta ma che evolve in modo inesorabile verso il collasso multiorgano. È proprio questa discrepanza – la gravità dei sintomi sproporzionata rispetto a un normale quadro infettivo – ad aver indirizzato gli inquirenti verso l’ipotesi del veleno. Gli investigatori stanno ora verificando le modalità di contaminazione degli alimenti consumati nel corso di quel pranzo, senza escludere, come avviene in questi casi, possibili responsabilità in ambito familiare, anche se al momento non risultano indagati specifici componenti della cerchia ristretta.

Un veleno difficile da individuare e le tracce nel sangue

La ricina, estratta dai semi di ricino, è nota per la sua elevata letalità e per la difficoltà di essere individuata tempestivamente nei soggetti colpiti. I suoi effetti si manifestano con un ritardo che va da poche ore a un giorno intero dall’ingestione, complicando ulteriormente la diagnosi differenziale. Proprio per questo, la conferma della sua presenza è arrivata solo dopo analisi approfondite condotte su campioni ematici inviati in centri specializzati. La procura ha quindi riqualificato il reato, passando dall’iniziale ipotesi di omicidio colposo (legata alla presunta negligenza nella manipolazione del cibo) a quella di omicidio volontario, configurando l’uso di un mezzo insidioso. Le carte dell’inchiesta, ancora coperte dal segreto istruttorio, contengono adesso i referti che certificano la presenza della tossina, un elemento che di fatto ha spostato l’asse delle investigazioni dall’errore umano all’azione deliberata. Gli inquirenti stanno ora ricostruendo i passaggi relativi alla preparazione e alla somministrazione dei pasti per stabilire chi abbia avuto accesso agli ingredienti e se vi sia stato un gesto intenzionale mirato a colpire le due donne.

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