Il ritorno della piazza in Iran: studenti in piazza tra slogan anti-regime e nuove condanne a morte

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Iran torna a essere scosso da un’ondata di proteste studentesche, le prime su larga scala dopo la sanguinosa repressione dello scorso gennaio. Con la riapertura dei campus universitari, centinaia di giovani sono scesi in piazza a Teheran e in altre città, trasformando il rituale lutto dei quaranta giorni dalla morte dei manifestanti di gennaio in una rinnovata contestazione contro la Guida Suprema, Ali Khamenei -2-5. Le immagini che circolano sui social, verificate da più testate internazionali, mostrano cortei che hanno attraversato l’Università Tecnologica Sharif, il cuore dell'ingegneria iraniana, dove agli slogan come “Morte al dittatore” si sono mescolati cori che invocano la libertà e, in alcuni casi, persino il ritorno alla monarchia con acclamazioni per Reza Pahlavi, l’erede al trono deposto nel 1979 -1-9.

Non si è trattato di raduni pacifici e isolati. Alla Sharif University, la protesta ha assunto i connotati dello scontro aperto: fonti locali e agenzie vicine al regime, come la SNN, riportano di lancio di pietre da parte dei manifestanti contro membri della milizia studentesca Basij, un paramilitare che tradizionalmente affianca le forze di sicurezza nella soppressione del dissenso -4-8. Una dinamica, quella degli scontri tra studenti anti-regime e contro-manifestanti filo-governativi, che è stata ripresa anche in altri atenei della capitale, come l'Università Shahid Beheshti, dove si è consumato un sit-in di protesta, e all'Università Tecnologica Amirkabir -5-6. La rabbia, sopita a fatica nelle settimane precedenti, è riemersa con forza, alimentata anche dal contesto internazionale: le voci di un possibile attacco militare statunitense, con il presidente Donald Trump che ha minacciato interventi mirati se non si troverà un accordo sul programma nucleare, aleggiano sulle piazze e dividono l'opposizione in esilio, tra chi spera in un intervento esterno per far cadere i mullah e chi invece lo teme -1-2.

Mentre le proteste infiammano i campus, l’apparato giudiziario iraniano procede spedito sulla strada della repressione capitale. Amnesty International ha lanciato un allarme documentato: almeno trenta persone, arrestate nel corso delle manifestazioni di gennaio, rischiano ora l’esecuzione capitale -3-7. Secondo il rapporto dell'organizzazione, otto di queste sono già state condannate a morte al termine di processi definiti “farsa” e inquinati da gravi violazioni del diritto a un equo processo. Le accuse, spesso formulate secondo i dettami della legge islamica come “moharebeh”, ovvero inimicizia contro Dio, si baserebbero su confessioni estorte sotto tortura -7-10. Tra i condannati figurano giovanissimi, tra cui due minorenni di diciassette anni, e ragazzi appena maggiorenni come Saleh Mohammadi, un diciottenne giustiziato simbolicamente in meno di tre settimane dal suo arresto a Qom -3. L’organizzazione con sede a Londra ha denunciato la negazione dell'accesso a legali di fiducia e le pressioni esercitate sulle famiglie perché non rendano pubblici i casi, in quella che appare come una chiara strategia per instillare il terrore e soffocare qualsiasi velleità di rinnovata mobilitazione popolare -3-10.

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