Piazza della Loggia, mezzo secolo dopo: la condanna a Toffaloni e l’ombra lunga di piazza Fontana
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Redazione Interno
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Era il 28 maggio 1974 quando Brescia si trasformò in un teatro di sangue. Piazza della Loggia, gremita di manifestanti antifascisti accorsi per protestare contro una serie di aggressioni e attentati nelle scuole e nelle sedi di sinistra, fu sconvolta alle 10.12 dall’esplosione di un ordigno nascosto in un cestino. Otto morti, cento feriti, una ferita ancora aperta. Quella strage, come altre del periodo, portava la firma dell’eversione nera, ma mentre per piazza della Loggia il processo ha raggiunto una prima condanna, per piazza Fontana – dove nel 1969 morirono 17 persone – la giustizia non è mai arrivata.
Marco Toffaloni, 67enne veronese legato a Ordine Nuovo, è stato riconosciuto colpevole in primo grado e condannato a trent’anni come esecutore materiale. Ma la sentenza, che dovrà essere confermata in appello e in Cassazione, non basta a riportarlo in Italia. Da anni, infatti, vive in Svizzera sotto falso nome – Franco Maria Muller – grazie alla cittadinanza ottenuta attraverso un matrimonio con una donna elvetica, poi fallito. Le autorità svizzere, che finora lo hanno considerato intoccabile, potrebbero ora trovarsi di fronte a una richiesta di estradizione. Un nodo che ha spinto Matteo Renzi, leader di Italia Viva, a annunciare una lettera alla premier Meloni per sollecitare il suo rientro.
La politica bresciana, dal canto suo, non ha atteso. La condanna ha riacceso l’indignazione per una giustizia che, dopo quasi cinquant’anni, fatica ancora a chiudere i conti con il terrorismo neofascista. Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari delle vittime, ha seguito la lettura della sentenza con gli occhi lucidi: un’emozione che racconta più di qualsiasi discorso quanto quel pomeriggio di maggio continui a pesare sulla città.




