Israele-Iran, la paura e la speranza degli iraniani in esilio: "Ora è il momento di cambiare"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Hana Namdari, attivista iraniana fuggita dal suo Paese e oggi ospite di Tgcom24, non ha dubbi: la guerra tra Israele e Iran, per quanto devastante, potrebbe rappresentare un punto di svolta. "Se solo mi avvicino all’aeroporto di Teheran, vengo arrestata e impiccata", racconta, spiegando come il regime l’abbia condannata per il semplice fatto di aver denunciato "una dittatura che dura da 47 anni". La paura è tangibile, ma tra gli esuli cresce anche la speranza che il conflitto possa indebolire il governo degli ayatollah. "In tanti lo pensano, anche se pochi osano dirlo", aggiunge, sottolineando come la repressione abbia reso impossibile ogni forma di dissenso interno.

Intanto, l’artista Jafar Panahi, regista vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2025 con A Simple Accident, si trova bloccato all’estero. Reduce da una partecipazione al Sydney Film Festival, ha raccontato sui social di non poter fare ritorno a casa a causa dell’escalation militare. "Cerco disperatamente un modo per riabbracciare mia madre e la mia famiglia", ha scritto, evidenziando come la guerra abbia spezzato anche i legami più personali. Panahi, già perseguitato in passato per le sue opere critiche verso il regime, è diventato simbolo di un Iran diviso tra repressione e desiderio di libertà.

Sul piano geopolitico, l’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale per il Corridoio India-Medio Oriente-Europa, riflette sulle possibili ripercussioni economiche. "Il blocco dello Stretto di Hormuz avrebbe conseguenze gravi, ma meno gravi rispetto a quando la nostra dipendenza dai combustibili fossili era maggiore", osserva. Se Teheran decidesse di chiudere il passaggio al petrolio, il mercato energetico globale subirebbe un colpo, sebbene mitigato dalla transizione verso fonti rinnovabili.

A Teheran intanto la vita quotidiana è paralizzata. Shirin Zakeri, ricercatrice iraniana all’Università Sapienza di Roma, descrive una città fantasma: "Scuole e università chiuse, gente terrorizzata che non esce più di casa". La popolazione, già stremata dai bombardamenti, è anche vittima di una guerra psicologica. "Fake news e messaggi anonimi circolano sui social, con falsi avvisi di evacuazione o minacce", spiega Zakeri, denunciando come la disinformazione sia diventata un’arma ulteriore.

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