La popolazione iraniana divisa di fronte alla guerra, mentre il regime affronta pressioni interne e esterne
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Redazione Esteri
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Mentre il Medio Oriente vive uno dei momenti più critici degli ultimi anni, l’Iran si trova al centro di una tempesta politica e militare che ne mette a dura prova la stabilità. Il paese, già stretto tra sanzioni e tensioni interne, è oggi attraversato da un profondo disorientamento, con una popolazione divisa tra chi sostiene il governo e chi sogna un cambiamento radicale. Le incognite sul futuro del regime sono molte: dalla possibilità di una riorganizzazione del potere fino all’eventualità di un colpo di stato, passando per il rischio che i raid israeliani – e, se necessario, quelli americani – possano innescare una rivolta popolare.
In questo clima di incertezza, anche le voci degli esuli iraniani assumono un peso particolare. Jafar Panahi, regista dissidente e vincitore della Palma d’oro a Cannes con A simple accident, ha raccontato attraverso i social la sua impossibilità di rientrare in patria. «Due settimane fa sono stato invitato al Sydney Film Festival – ha scritto su Instagram –, ma da quando è scoppiata la guerra, ho cercato invano di tornare a casa, dalla mia famiglia e soprattutto da mia madre». Le frontiere chiuse, aeree e terrestri, lo hanno di fatto bloccato all’estero, trasformando il suo esilio in una prigione involontaria.
Intanto, dietro le quinte, si muovono anche le minoranze armate iraniane, che vedono nell’attacco israeliano del 12 giugno un’opportunità unica per indebolire il regime. Fonti vicine a questi gruppi parlano di incontri segreti in Europa e di contatti con gli Stati Uniti già prima dell’operazione “Leone nascente”. L’obiettivo, secondo alcuni esponenti, sarebbe quello di unire le forze delle etnie non persiane per accelerare il crollo del sistema degli ayatollah.
A dare voce al malcontento di molti iraniani è anche Mohsen Makhmalbaf, regista e dissidente in esilio a Londra dal 2005. «Per gli iraniani questa è la guerra tra due dittatori», ha dichiarato in più occasioni, riferendosi sia al governo di Teheran che alle potenze straniere coinvolte nel conflitto. I suoi film, celebrati in tutto il mondo, restano banditi in patria, simbolo di una repressione che non conosce tregua.




