Il brutto clima e il manifesto: difendiamo il dissenso, esercitandolo
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Redazione Interno
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Paolo Virno, nelle sue riflessioni di anni fa sulla legislazione d'emergenza, notava come il diritto, deposta l’aulica impersonalità, finisse per diventare doppio, ad hoc, speciale. Una sintesi, la sua, che oggi suona più che mai attuale, offrendo una bussola per orientarsi in un periodo storico in cui i principi cardine delle democrazie liberali, dati per acquisiti, subiscono torsioni preoccupanti. Ciò che si osserva, in varie parti del mondo, è una tendenza a modellare le norme e la loro applicazione in funzione di contingenze immediate, erodendo quella certezza del diritto che costituisce il fondamento stesso della fiducia nelle istituzioni. Il clima, come si suol dire, si è fatto brutto, mentre le garanzie procedurali vacillano sotto la spinta di logiche securitarie che spesso sacrificano le libertà individuali sull’altare di una presunta stabilità. In questa cornice, il dissenso – quello autentico, scomodo, che non si limita a riprodurre il coro – diventa non solo un esercizio di cittadinanza, ma un atto di resistenza civile necessario a preservare gli spazi di critica e discussione.
Il caso di Varese e la voce che non tace
Proprio a partire da un dissenso coraggioso e persistente si muove l’esperienza del Comitato Varesino per la Palestina, il quale, nonostante l’attenzione mediatica generale sembri essersi ormai smorzata, continua a portare nelle piazze la richiesta di giustizia per il popolo palestinese. La loro azione si fonda su una convinzione profonda: non può esistere sicurezza per alcuni in un mondo dove altri sono costretti a morire sotto i bombardamenti, fra le macerie o per la mancanza di aiuti essenziali. Una condanna netta, la loro, verso quella che percepiscono come un’indifferenza generalizzata, un meccanismo che, secondo gli organizzatori, finisce per cancellare i valori stessi della democrazia e della pace, compromettendo la comune umanità. Una posizione che, al di là delle valutazioni politiche, testimonia la volontà di non sottomettersi a quel “clima” che vorrebbe normalizzare o rendere invisibili alcune tragedie.
Lo slittamento dell’indignazione e i suoi bersagli
Paradossalmente, mentre certi drammi storici faticano a mantenere il fuoco dell’attenzione pubblica – complice una sorta di stanchezza collettiva o il ritmo incessante delle notizie –, l’indignazione trova spesso nuovi e più effimeri oggetti su cui concentrarsi. Accade così che l’orrore per le vittime di un conflitto lontano possa essere sostituito, quasi senza soluzione di continuità, da polemiche locali e contingenti, su cui molti si sentono in dovere di prendere posizione pur possedendo solo una conoscenza superficiale dei fatti. È un meccanismo che dice molto sulla volatilità del dibattito pubblico contemporaneo, sempre in cerca di nuovi stimoli e spesso incapace di mantenere una profondità di analisi su questioni complesse e strutturali.
Le connessioni e la necessità di un esame di coscienza
La lettura di certi materiali di propaganda, come le carte e le foto di alcuni attivisti, può ricordare, in modo inquietante, lo sfogliare un album di famiglia, mostrando legami stretti e spesso inconfessati. Emerge con chiarezza, ad esempio, la connessione organica tra il mondo filo-Hamas e una parte del movimento di solidarietà internazionale per la Palestina, il quale ha trovato, in alcuni settori della sinistra, un terreno fertile per radicarsi senza incontrare ostacoli significativi. Il punto cruciale, qui, non sta nella mera denuncia, ma nella capacità di riconoscere apertamente l’esistenza di questo “cordone ombelicale”, analizzandone le implicazioni senza reticenze. La questione, dunque, si sposta dal piano della cronaca a quello di una riflessione politica più ampia, che chiama in causa la volontà di compiere un necessario esame di coscienza, separando la legittima difesa dei diritti di un popolo da qualsiasi forma di sostegno, anche indiretto, a ideologie e pratiche violente.




