Covo, la preghiera prima del sangue: faida sikh dietro il duplice omicidio nel tempio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è il gesto di chi si inginocchia e tocca il suolo benedetto, un atto di fede che nella religione sikh vale quanto il segno della croce per i cristiani, e poi il rumore secco dei colpi che squarciano la notte di Covo, trasformando un luogo sacro in una scena del crimine. Rajinder Singh, 47 anni, e Gurmit Singh, 48, entrambi indiani del Punjab e padri di tre figli, sono stati freddati a colpi di pistola davanti ai cancelli del capannone di via Campo Rampino, dove ha sede l’associazione culturale Gurudwara Mata Sahib Kaur Ji. A sparare, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato un connazionale di Antegnate, un volto noto alla comunità che quella sera si era presentato al tempio con un’arma già pronta, come se la preghiera fosse solo il prologo di un regolamento di conti.

Era passata da poco la mezzanotte di venerdì 17 aprile quando l’assassino, affiancato da almeno tre complici fuggiti su due auto, ha esploso una decina di proiettili a bruciapelo. Tra i testimoni c’è Gurdeep Singh, 52 anni, corriere da quasi diciotto in Italia, che racconta con una pacatezza quasi meccanica quei secondi in cui la morte gli è passata accanto: “Eravamo in quattro, stavamo parlando. Abbiamo visto arrivare un ragazzo, ci è passato davanti, si è fermato al cancello e subito è tornato indietro, ha alzato il braccio e ha sparato”. Lui è scappato, riparandosi, mentre Rajinder e Gurmit venivano colpiti alla testa, e un’altra persona rimaneva sfiorata all’orecchio.

L’ombra della faida e le liti per la presidenza

Quello che poteva sembrare un agguato da gangster, un’esecuzione sommaria consumata dove la logistica e l’alta velocità tagliano la pianura bergamasca, nasconde in realtà una radice ben più profonda, annidata nei corridoi del centro culturale. Rajinder Singh era stato presidente del tempio fino a dicembre 2025, quando gli screzi per la sua successione avevano avvelenato il clima. Una fazione, quella facente capo all’omicida e ai suoi sodali di Antegnate, voleva tornare al vertice, ma l’ex presidente si sarebbe messo di mezzo, favorendo un suo uomo. L’attuale successore, il cui nome viene ancora taciuto per timore, si è chiuso in un silenzio carico di tensione mentre i carabinieri del Nucleo investigativo di Bergamo e della compagnia di Treviglio, coordinati dal pm Fabio Magnolo, setacciano le immagini delle telecamere che hanno ripreso l’intera sequenza.

Non era la prima volta, del resto, che Rajinder Singh si trovava sulla traiettoria di un’arma. Un testimone, sempre Gurdeep Singh, riferisce che l’assassino, “tre o quattro mesi fa aveva già minacciato Rajinder con una pistola sempre davanti al tempio”, anche se allora la vittima era riuscita a scappare in macchina e a sporgere denuncia. Un precedente che getta una luce sinistra su quella che appare ormai come una vendetta pianificata, eseguita a pochi metri da dove sventola la nishan sahib, la bandiera che simboleggia uguaglianza e accoglienza.

Il giorno della festa profanata

La scelta della data non appare casuale. Quella di sabato 18 aprile doveva essere la giornata del Vaisakhi, la ricorrenza più sacra per i sikh, quella che celebra la nascita del Khalsa e il raccolto. Nel pomeriggio era previsto il corteo che circumnaviga il paese, un evento che ogni anno porta a Covo fino a duemila fedeli e che il sindaco leghista Andrea Capelletti definiva ormai una tradizione. Invece, il corteo è stato annullato, e le cucine del tempio, dove di solito si preparano i pranzi comunitari, sono rimaste a metà dell’opera, tra pentole abbandonate e il viavai incessante di parenti accorsi per portare conforto.

Dentro l’appartamento umile di Rajinder Singh, in centro a Covo, l’odore delle spezie si mescola ai pianti. La vedova, Pawandeep Singh, cerca di sostenere il figlio maggiore di diciassette anni mentre il secondogenito di quattordici è ancora in gita scolastica e non sa che non rivedrà più suo padre. Il più piccolo ne ha solo tre. Dall’altra parte, ad Agnadello, nel Cremonese, Gurmit Singh lascia invece due figli maschi e una figlia che vive in India. Lavorava in un’azienda di carni, Rajinder invece nell’agricoltura con una piccola rivendita di ortofrutta accanto al tempio.

La caccia ai fantasmi di Antegnate

Mentre le salme vengono trasferite all’Istituto di Medicina Legale di Pavia per gli esami autoptici, i carabinieri hanno stretto il cerchio intorno ai palazzoni di via Leopardi e via della Lira ad Antegnate, dove risiederebbero i fuggitivi. Le perquisizioni sono scattate, i filmati sequestrati, eppure l’uomo che ha premuto il grilletto – descritto come un quarantenne frequentatore abituale del tempio – resta al momento senza un nome ufficiale, sebbene i testimoni lo abbiano indicato con precisione. “Era arrivato con l’arma già pronta”, ripetono i sopravvissuti, sottolineando come non ci sia stata nessuna discussione quella sera, nessuna lite che potesse giustificare l’esplosione di violenza. Solo quell’inchino davanti al cancello, la simulazione della preghiera, e poi il braccio che si alza e spara, lasciando sull’asfalto i segni indelebili dei proiettili.

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