Covo, la notte della sparatoria al tempio sikh: il testimone racconta l’esecuzione
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Redazione Interno
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La pianura alle spalle di Covo, quella stessa terra solcata dai binari dell’Alta velocità e dai capannoni della logistica, venerdì sera si è trasformata in un set di caccia. Nel tempio sikh di via Campo Rampino, il Gurdwara Mata Sahib Kaur Ji, un duplice omicidio ha spezzato la routine di una delle comunità più riservate e operose del territorio. I proiettili hanno raggiunto Rajinder Singh, 47 anni, e Gurmit Singh, 48, entrambi indiani del Punjab e padri di tre figli: li hanno freddati davanti ai cancelli del capannone adibito a luogo di culto, lì dove la bandiera arancione (la nishan sahib) sventola a simboleggiare uguaglianza e accoglienza. Ma l’accoglienza, quella notte, è stata calpestata da un killer che ancora si cerca.
Gurdeep Singh, 52 anni, corriere, da quasi diciotto anni residente in Italia, aveva accanto a sé le due vittime pochi istanti prima che tutto precipitasse. «Eravamo in quattro, stavamo parlando – racconta con una pacatezza quasi meccanica, disarmante per la situazione che ha vissuto –. C’eravamo io, Rajinder, Gurmit e un’altra persona. Abbiamo visto arrivare un ragazzo, ci è passato davanti, si è fermato al cancello e subito è tornato indietro, ha alzato il braccio e ha sparato». Il giovane armato, scruta il testimone, si trovava a non più di tre metri dal gruppo. «Potevo morire anch’io», aggiunge, e nelle sue parole non c’è enfasi ma la fredda consapevolezza di chi ha visto la morte passargli accanto.
Massaggio cardiaco sul selciato e indagini notturne
Il 52enne non si è limitato a osservare: non appena i due amici sono caduti a terra, si è avvicinato per prestare loro soccorso. «Ho praticato il massaggio cardiaco – spiega – ma non c’è stato nulla da fare». Le ferite da arma da fuoco, verosimilmente, erano già troppo gravi. Nelle ore immediatamente successive alla sparatoria, i carabinieri hanno avviato una complessa attività investigativa: nella notte tra venerdì 17 e sabato 18 aprile, e poi nelle prime ore del giorno, i militari hanno passato al setaccio l’area del tempio e le sue pertinenze, raccogliendo rilievi balistici e tracce organiche. Nessuna pista è stata esclusa, anche se l’attenzione si è rapidamente concentrata su una possibile faida interna al mondo sikh.
Una faida tra gruppi sikh, non un regolamento di conti qualsiasi
Quella che a prima vista poteva apparire come un’esecuzione da gangster – un uomo che si avvicina, fa dietrofront, alza il braccio e spara a bruciapelo – ha invece i contorni di una lunga e silenziosa tensione. Secondo quanto emerge dalle prime verifiche, dietro i due omicidi ci sarebbero liti e denunce che da tempo avvelenano i rapporti tra diverse fazioni intorno al tempio di Covo. Non si tratta di un episodio isolato, bensì del possibile epilogo violento di una contrapposizione che affonda le radici in divergenze religiose e personali, alcune delle quali già portate all’attenzione delle autorità. La caccia, al momento, è rivolta a quattro uomini di Antegnate, un centro limitrofo: su di loro si concentrano le ricerche dei carabinieri, che non hanno ancora effettuato fermati ufficiali.
Il racconto del testimone oculare e la corsa contro il tempo
Gurdeep Singh, quello stesso uomo che ha cercato invano di rianimare Rajinder e Gurmit, è per gli investigatori una fonte preziosa. La sua posizione al momento degli spari – a fianco dei due poi uccisi – gli ha permesso di osservare gesti e movimenti che potrebbero rivelarsi determinanti per risalire all’identità dell’assassino. «Il ragazzo è passato davanti a noi, si è fermato al cancello, è tornato indietro, ha alzato il braccio e ha sparato», ripete, come se volesse fissare ogni dettaglio in una sequenza ineludibile. Nessuna esitazione, nessuno scambio di parole: solo un gesto secco e poi la fuga. I militari stanno verificando la copertura delle telecamere di sorveglianza della zona, inclusi i sistemi installati nei capannoni industriali limitrofi, nella speranza di ottenere un volto o una targa. Nel frattempo, la comunità sikh locale (sebbene si eviti di generalizzare) rimane scossa, e il tempio di via Campo Rampino appare chiuso e avvolto in un silenzio rotto solo dal passaggio occasionale dei mezzi delle forze dell’ordine.




