Agguato al tempio sikh, due complici si costituiscono ma il killer resta in fuga
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Redazione Interno
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La notte del 17 aprile, davanti al Gurdwara Mata Sahib Kaur Ji di via Campo Rampino a Covo, non c’erano solo le vittime e il loro carnefice. C’erano anche loro, i due che ora, a distanza di ore e con il silenzio rotto solo dalla loro spontanea comparizione, sono diventati a tutti gli effetti indagati per duplice omicidio. Si sono presentati nella serata di sabato al comando provinciale dei carabinieri di Bergamo, accompagnati dal legale che ne ha seguito i passi, eppure della loro mossa – significativa, per quanto parziale – si è saputo solamente oggi, lunedì 20 aprile. Un ritardo informativo che lascia intendere la delicatezza delle verifiche in corso, condotte dagli inquirenti con il massimo riserbo.
Tre uomini di nazionalità indiana sotto inchiesta, uno ancora senza volto
L’inchiesta, coordinata dalla procura, ha dunque tre fili principali da dipanare. Tre gli indagati, tutti cittadini indiani come le due vittime – Gurmit Singh, 48 anni di Agnadello, e Rajinder Singh, 47 residente a Covo – raggiunti da una raffica di colpi d’arma da fuoco mentre erano all’esterno del tempio. Di quei tre, due hanno scelto di costituirsi, forse nella speranza di circoscrivere la propria posizione, forse per sottrarsi a una caccia che già li vedeva stretti. L’altro, quello che gli investigatori indicano come il presunto esecutore materiale dell’agguato, ha invece fatto perdere le proprie tracce. Nessuna svolta decisiva, al momento, sulla sua identità ufficiale: i carabinieri lo cercano senza sosta, setacciando piste e ricostruendo i minuti che precedettero l’elevarsi degli spari.
La ricostruzione degli inquirenti e il contesto della festività del Vaisakhi
Quello che si sa, per certo, è che i tre indagati erano presenti sulla scena del duplice omicidio. La loro presenza, stando agli atti dell’indagine, non fu casuale né occasionale, ma si inserisce in un quadro che i militari stanno ancora provando a definire nei dettagli. A rendere più cupo il quadro, il contesto: all’interno del luogo di culto si stavano facendo i preparativi per il Vaisakhi, una delle celebrazioni più sentite dalla fede sikh. Un momento di festa che si è trasformato in un bagno di sangue, con i due fedeli colpiti a morte all’esterno, quasi a voler segnare un confine profanato. Le ricerche del terzo uomo proseguono a ritmo serrato, con posti di blocco e pattugliamenti mirati; eppure, al momento, di lui si conosce solo il ruolo che gli viene attribuito, non le sue sembianze.
Passi avanti nelle indagini, ma il cerchio non si chiude
La costituzione dei due complici rappresenta un passaggio importante, ma non risolutivo. Perché senza chi ha premuto il grilletto – o che comunque i inquirenti ritengono averlo premuto – il mosaico giudiziario resterebbe privo del suo tassello centrale. I carabinieri stanno lavorando sulle immagini delle telecamere, sui racconti dei testimoni e sui riscontri tecnici, cercando di stabilire non solo chi abbia sparato, ma anche la catena di responsabilità che lega i tre indagati tra loro. Al momento, le accuse formali sono in fase di definizione, e nessun elemento lascia intendere moventi o legami tra le vittime e i sospettati. Ciò che emerge, con chiarezza, è la freddezza dell’esecuzione: i colpi, numerosi, sono partiti senza esitazione, in un luogo che avrebbe dovuto rappresentare un rifugio.




