Cuba, il collasso annunciato: l’economia in «pre-coma» e il sistema sanitario al collasso sotto le sanzioni Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La stretta economica imposta dall’amministrazione Trump – ormai insediata da oltre un anno e tornata a dettare l’agenda internazionale con la consueta determinazione – sta riducendo Cuba in uno stato di progressiva asfissia, dove il confine tra la sopravvivenza e il baratro definitivo diventa ogni giorno più sottile. L’economia dell’isola, già provata da decenni di inefficienze strutturali, si trova in una condizione definita dagli analisti come «pre-coma»: un termine, quest’ultimo, che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche.

Il disavanzo tra entrate e spesa pubblica ha raggiunto una soglia insostenibile, attestandosi intorno al 12% del PIL, un dato che riflette la necessità, per il governo, di mantenere artificialmente in vita un comparto produttivo statale del tutto inefficiente. A peggiorare il quadro, un’inflazione che ufficialmente viaggia al 25% ma che, nella realtà dei mercati paralleli e del contrabbando valutario, schizza fino a toccare picci del 70% annuo, divorando il potere d’acquisto di una popolazione già provata.

La fuga delle catene alberghiere e il peso del conglomerato militare

Uno degli effetti più tangibili della rinnovata offensiva americana si sta manifestando nel settore turistico, tradizionale polmone dell’economia cubana insieme all’esportazione di servizi medici. Dopo l’abbandono annunciato da colossi come la spagnola Meliá, la Iberostar e la canadese Blue Diamond, è stata la volta dell’indonesiana Archipelago International. La catena asiatica, che gestiva sei strutture sotto il marchio Aston, ha confermato la rottura del contratto, trasferendo la proprietà al gestore locale.

La decisione, formalizzata alla vigilia della scadenza ultimatum imposta da Washington, è una conseguenza diretta delle sanzioni che colpiscono il gruppo Gaesa. Si tratta, lo si ricordi, del potente conglomerato controllato dalle forze armate cubane, un ente che esercita un monopolio di fatto su una fetta rilevante delle attività ricettive nazionali.

Le compagnie straniere, per non incorrere nel congelamento dei propri beni in territorio americano, hanno preferito tagliare i ponti con l’Avana ufficiale, lasciando alberghi semivuoti e strutture strategiche prive di un management internazionale.

La medicina cubana sotto scacco: dalla diplomazia sanitaria alla crisi in Calabria

Se il turismo arranca, il capitolo sanitario rappresenta forse la ferita più dolorosa per l’orgoglio nazionale dell’isola, da decenni celebrata per il suo modello di accesso universale alle cure, un’eccellenza riconosciuta persino dall’Organizzazione mondiale della sanità. Oggi quel sistema è in stato di collasso, privato dei carburanti necessari a far funzionare gli ospedali e degli introiti derivanti dalle missioni all’estero. Ed è qui che entra in gioco l’intreccio geopolitico con l’Italia.

Le pressioni di Washington – in particolare del Segretario di Stato Marco Rubiomirano a seccare questa fonte di valuta pregiata. Paesi come Guatemala e Antigua hanno già chiuso i rubinetti, ma la resistenza arriva dalla Calabria. Nonostante le pressioni diplomatiche esercitate direttamente dagli inviati americani sul governatore Roberto Occhiuto, l’amministrazione regionale ha ribadito che i circa trecento medici cubani rimarranno al loro posto. Una scelta, quella calabrese, motivata da ragioni di sopravvivenza del sistema sanitario locale, che paga la cronica carenza di personale.

Un paradosso, insomma, per cui l’Italia si trova a fare da scudo a quella stessa cooperazione che gli Usa vogliono distruggere, quasi a ripagare un debito contratto durante la pandemia quando i camici bianchi dell’Avana operarono nelle regioni del Nord.

L’assedio energetico e la morsa dei pagamenti globali

A rendere la crisi irreversibile è il collasso energetico. La minaccia di dazi secondari da parte di Trump ha di fatto bloccato le importazioni di petrolio. La caduta del governo Maduro in Venezuela ha significato per Cuba la perdita immediata del 50% delle proprie fonti di combustibile; da allora, una sola petroliera russa è riuscita a forzare il blocco per raggiungere l’isola. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: blackout continui che paralizzano la produzione, fermano i trasporti pubblici e lasciano interi quartieri avvolti nel buio per ore.

A questo si aggiunge la stretta creditizia. Il reintegro di Cuba nella lista degli “Stati sponsor del terrorismo” aveva già precluso l’accesso ai finanziamenti internazionali, ma il decreto esecutivo del 6 giugno 2026 ha rappresentato il colpo di grazia. Il congelamento dei beni per chiunque commerci con L’Avana ha indotto Visa, Mastercard e le principali compagnie aeree (da Iberia ad Air France) a sospendere i servizi, isolando ulteriormente l’isola, riducendola a una polveriera a cielo aperto senza vie di fuga.

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