Borghi e il decreto Ucraina: la trattativa fatta, il voto negato
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Redazione Interno
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«I capelli di verde non me li tingerò», sentenzia Claudio Borghi alle sei di sera, quando il decreto Ucraina ha ormai il timbro del Consiglio dei ministri e ogni possibilità di modifica è definitivamente preclusa. Il senatore leghista, che per Matteo Salvini ha condotto personalmente la trattativa con gli alleati di governo sul testo del provvedimento, si dichiara soddisfatto del lavoro svolto, ma annuncia, quasi in un confidenziale monologo, una decisione che risuona come un atto di distinzione personale: «Io comunque quel decreto non lo voterò». Una presa di posizione che affonda le radici in un impegno dichiarato pubblicamente già un anno fa e che, nonostante il ruolo di negoziatore ricoperto, egli intende mantenere, tracciando un solco tra l’azione politica di mediazione e il momento della ratifica parlamentare.
Una trattativa lunga e lessicale
Il percorso che ha portato all’approvazione esecutiva del decreto è stato, in realtà, tutt’altro che lineare, caratterizzato da un tira e molla protrattosi per settimane e incentrato persino su limature di natura lessicale, come la disputa sull’utilizzo o meno della definizione di aiuti "militari". La discussione ha raggiunto picchi tali da determinare, a inizio dicembre, l’entrata e l’immediata uscita del provvedimento dall’ordine del giorno di un Consiglio dei ministri, paralizzato dalle perplessità della Lega, formazione da sempre poco incline a sostenere l’invio di armamenti a Kiev. All’ultimo CdM dell’anno, poi, i duellanti principali erano assenti per motivi personali: né il ministro della Difesa Guido Crosetto né il leader del Carroccio Matteo Salvini hanno presenziato, lasciando che un testo ormai concordato sin nelle virgole ricevesse il via libera in una ventina di minuti, dopo una rapida illustrazione da parte del sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano.
La sostanza immutata nonostante le polemiche
Proprio il ministro Crosetto, in una recente intervista, ha minimizzato la portata del conflitto interno, ridimensionando quella che viene spesso dipinta come una "lunga trattativa" a un accordo trovato "in meno di 10 minuti" già settimane prima. Secondo la sua ricostruzione, la sostanza del decreto non è mutata in modo significativo, fatta eccezione per una maggiore enfasi posta, giustamente a suo dire, sugli aiuti di natura non militare e sull’importanza cruciale della difesa aerea per l’Ucraina. Una posizione che contrasta con le narrazioni di un confronto serrato, ma che conferma come, al di là delle polemiche, il nocciolo della misura – il sostegno a Kiev – sia rimasto intatto, con gli aiuti che conservano la loro connotazione militare.
La Lega tra vittoria formale e astensioni
Il partito di Salvini, dopo le resistenze iniziali, può cantare vittoria per avere imposto una certa narrazione e un’attenzione specifica sugli aspetti civili degli aiuti, ma nei fatti concreti del dispositivo normativo il cambiamento appare marginale. L’episodio di Borghi, del resto, non è che il segno più evidente di un malessere che percorre una parte dell’area, costretta ad accettare una linea governativa che non condivide pienamente. La sua trattativa, pur coronata da successo nell’ambito della squadra di governo, si conclude con un personale dietrofront in Aula, un paradosso che illustra le tensioni sotterranee e le difficoltà di coesione su un tema di politica estera così divisivo, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, da tempo rientrato alla Casa Bianca, osserva gli sviluppi della politica europea.




