Il “sistema Bonacina” e quelle atlete sacrificate sull’altare delle medaglie

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il collare d’oro del Coni, la foto ricordo con le istituzioni, la narrazione edificante dell’eroe paralimpico che ha sconfitto la disabilità. Sullo sfondo di quella favola a lieto fine, che per anni ha accompagnato la carriera dell’arciere Matteo Bonacina, la realtà ricostruita dalla Procura di Roma sembra quella di un incubo a occhi aperti, durato più di un decennio. Bonacina, da ieri agli arresti domiciliari, non è più il campione plaudito durante l’omaggio agli atleti bergamaschi dell’ottobre scorso, bensì il fulcro di un’inchiesta che descrive una “compulsività predatoria sessuale” definita dai giudici come “non controllabile né arrestabile”. Le indagini, condotte dalla polizia postale, hanno dato alle denunce di sei presunte vittime – cinque atlete, tra cui una minorenne, e un’allenatrice – che raccontano un ricatto psicologico costante perpetrato dal 2013 in poi, un lasso di tempo durante il quale l’atleta accumulava titoli e l’ambiente chiudeva gli occhi.

La frase che condanna Fuchsova: “Se lui fa punti, tolleriamo”

Ma a rendere davvero agghiacciante il quadro non è solo la condotta dell’arciere – che avrebbe tentato una violenza sessuale ai danni di una giovane azzurra nella sua stanza d’albergo durante le Paralimpiadi di Parigi 2024, approfittando del momento in cui la ragazza usciva dalla doccia – quanto il meccanismo di insabbiamento messo in atto dal vertice tecnico. Guglielmo Donato Fuchsova, storico direttore tecnico della nazionale paralimpica di tiro con l’arco, risulta infatti indagato per stalking in concorso omissivo. La sua, secondo gli inquirenti, non fu semplice negligenza. “Se lui fa i punti, tolleriamo” e “Finché tenete le gambe chiuse, cosa vuoi che succeda?” sono solo alcune delle frasi che gli vengono attribuite nelle carte processuali, battute che avrebbero legittimato il clima di terrore dentro il gruppo azzurro. Le atlete venivano messe a tacere con una minaccia precisa: parlare significava essere escluse dalla nazionale, perdere la convocazione per Tokyo, dove l’obiettivo prioritario era conquistare una medaglia.

La parabola di Bonacina: dall’incidente sul lavoro alla radiazione

Per comprendere la complessità della vicenda – che si inserisce in un solco doloroso già tracciato da altri scandali nello sport italiano – è necessario ricordare la genesi di quella carriera. Bonacina, residente in provincia di Torino ma originario di Valbrembo, era diventato paraplegico a seguito di un incidente sul lavoro nel 2009, quando lavorava come giardiniere per mantenersi gli studi. Il tiro con l’arco rappresentò la rinascita sportiva, culminata con l’oro mondiale nella Repubblica Ceca nel 2023 e il prestigioso riconoscimento del Coni. Tuttavia, proprio mentre saliva sul tetto del mondo, Bonacina continuava a ripetere i suoi comportamenti illegali: dai palpeggiamenti in pubblico durante le trasferte – segnalati da un’allenatrice proprio nel 2023 – all’invio sistematico di materiale esplicito tramite social network, un’attività che i pm sono riusciti a ricostruire grazie alle perquisizioni informatiche del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Torino.

I tentativi di insabbiamento e l’ombra lunga sul movimento paralimpico

L’ombra che si allunga su Fuchsova – per il quale la procura aveva chiesto una misura cautelare che il gip non ha però concesso – è pesantissima. Nonostante le rimostranze e le diffide interne al gruppo, il direttore tecnico avrebbe sistematicamente scelto la strada dell’omertà funzionale al risultato. La federazione (Fitarco) ha fatto savere di aver già proceduto con la radiazione dell’atleta, dopo la sospensione cautelare arrivata nel maggio del 2025. Tuttavia, proprio Bonacina avrebbe fatto ricorso contro questa decisione, un procedimento ancora pendente davanti al Collegio di Garanzia dello Sport. Questa contraddizione – un’accusa giudiziaria che parla di “abuso psicologico” e “violenza sessuale” su minorenni da un lato, e la resistenza legale dell’atleta dall’altro – rappresenta il crudo spartiacque tra la giustizia sportiva e quella ordinaria. I fatti di cronaca, qui esposti senza enfasi, restituiscono l’immagine di un sistema che ha anteposto i risultati di vertice alla sicurezza delle atlete, lasciando che il branco – o meglio, l’uomo solo al comando – dettasse la legge nello spogliatoio.

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