Israele colpisce la periferia sud di Beirut, raid anche nella Bekaa: l’Idf avverte i residenti e parla di infrastrutture di Hezbollah

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una nuova e intensa ondata di attacchi aerei ha preso di mira, nel corso delle ultime ore, la periferia meridionale di Beirut, roccaforte storica del partito sciita libanese, e altre zone del paese dei cedri. Le forze di difesa israeliane, come riportato da fonti libanesi e confermato dagli stessi militari di Tel Aviv, hanno condotto non meno di undici raid contro quelle che sono state definite come infrastrutture riconducibili a Hezbollah, e alcuni di questi bombardamenti, a giudicare dalle testimonianze e dalle immagini che giungono dalla capitale, sono stati particolarmente violenti, tanto da innescare vasti incendi nei pressi di una stazione di servizio e da seminare il panico tra la popolazione civile. L’esercito israeliano, nella serata di giovedì 5 marzo, aveva peraltro diramato un avviso urgente, invitando gli abitanti di quelle specifiche aree a lasciare immediatamente le loro abitazioni, un monito, questo, che precede ormai regolarmente le operazioni militari e che nella fattispecie è stato formulato con espressioni drammatiche come “salvate la vostra vita”.

L’offensiva nella piana della Bekaa e le vittime civili

Parallelamente ai bombardamenti sulla capitale, l’aviazione israeliana ha esteso la propria azione militare anche alla valle della Bekaa, roccaforte di Hezbollah nell’est del paese, dove sono stati centrati obiettivi nelle località di Brital e Douris, mentre nel sud, a Khiam, si segnalano avanzamenti di truppe e pesanti colpi di artiglieria. Ma è nell’ovest della Bekaa che si è consumato l’episodio più grave per i non combattenti: nel villaggio di Mashghara, un raid ha distrutto un’abitazione uccidendo quattro membri di una stessa famiglia, due dei quali, come hanno riferito fonti sanitarie libanesi, sarebbero due bambini di cinque e sette anni, mentre altre persone sono rimaste ferite nel crollo. La dinamica di questi attacchi, e la scelta dei bersagli in aree densamente popolate, riaccende il dibattito sui metodi impiegati da Israele, con crescenti accuse circa l’utilizzo della distruzione ambientale e abitativa come strumento di pressione bellica, sebbene l’Idf continui a giustificare le proprie operazioni con la necessità di smantellare le capacità militari del partito sciita, mostrando anche filmati che, secondo quanto dichiarato, ritrarrebbero i momenti degli impatti contro obiettivi terroristici.

Il contesto regionale e i molteplici fronti di guerra

L’escalation in Libano, che ha già provocato centinaia di vittime e decine di migliaia di sfollati negli ultimi giorni secondo i dati diffusi dalle autorità di Beirut, si inserisce in uno scenario mediorientale in fiamme, con non uno ma ben tre fronti principali aperti. Il primo e più vasto è quello iraniano, dove dal 28 febbraio sono in corso bombardamenti congiunti tra Stati Uniti e Israele, operazioni che avrebbero portato, secondo fonti israeliane e statunitensi, alla morte della Guida suprema Ali Khamenei e di centinaia di altre persone, sebbene Teheran non abbia mai confermato ufficialmente il decesso del suo leader. Il secondo fronte, mai sopito nonostante le apparenze, è la Striscia di Gaza, dove il cessate il fuoco dello scorso ottobre viene sistematicamente violato dall’esercito israeliano, che continua a condurre bombardamenti, e il terzo è appunto il Libano, dove Hezbollah, dal canto suo, rivendica attacchi con razzi contro postazioni militari israeliane al confine e persino contro l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, in una spirale di violenza che sembra non conoscere tregua.

La mossa del Tesoro Usa verso Pechino

Mentre l’attenzione è catalizzata dalle operazioni militari, sullo sfondo si muove una partita economica e diplomatica di portata globale che vede coinvolti gli Stati Uniti, la Cina e i produttori di petrolio. Il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, starebbe infatti valutando la possibilità di chiedere formalmente a Pechino di ridurre i propri acquisti di greggio da quei paesi considerati rivali di Washington, in primis Russia e Iran. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Bessent, che nei giorni scorsi ha avuto colloqui con ex funzionari, dirigenti d’azienda e analisti, avrebbe delineato una strategia volta a convincere la Cina a preferire il petrolio e il gas made in Usa, in un disegno più ampio che mira a colpire economicamente gli avversari geopolitici dell’America. Un’iniziativa, questa, che se portata a termine ridefinirebbe gli equilibri energetici globali e che vedrebbe nell’amministrazione Trump, con il presidente alla Casa Bianca, la mano pesante delle tariffe e delle sanzioni come strumento di politica estera, un’arma già sperimentata in passato e ora riproposta con rinnovata determinazione.

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