Patuanelli attacca: “Sui dazi l’Europa smetta di subire, reagisca da potenza globale”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nuova offensiva commerciale di Donald Trump, che a partire dal 4 maggio innalzerà al 25% i dazi su auto e camion provenienti dall’Unione Europea, ha scoperchiato una volta di più il vaso di Pandora delle fragilità politiche del Vecchio Continente. Mentre Bruxelles si dibatte tra dichiarazioni di circostanza e l’ennesima “cautela” richiesta dai governi nazionali – primo fra tutti quello italiano, storicamente esposto sul fronte dell’export –, è la voce del senatore Stefano Patuanelli, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, a rompere gli indugi con un realismo che sa quasi di resa dei conti con l’inerzia comunitaria.

Non si tratta, chiarisce Patuanelli riferendosi alla mossa della Casa Bianca, di una semplice schermaglia tariffaria. Il provvedimento, che colpisce un comparto strategico per la Germania, l’Italia e la Francia, costituisce un vero e proprio attacco al cuore pulsante dell’industria europea. Eppure, di fronte a questa offensiva diretta, l’apparato comunitario appare paralizzato. L’esponente pentastellato – che proprio nei giorni scorsi, insieme alla consigliera regionale Rosaria Capozzi, aveva già messo in guardia sui rischi catastrofici per le filiere produttive -1 – ha lanciato un appello secco: basta subire. L’Unione, ricorda, rappresenta un mercato di 500 milioni di cittadini e possiede gli strumenti per agire da potenza economica globale, eppure continua a inseguire priorità discusse come il riarmo comune mentre fuori dalle sue frontiere qualcuno colpisce senza pietà il suo tessuto industriale.

L’inerzia di Roma e i fantasmi di Palazzo Chigi

Se l’attacco viene da Washington, le fucilate di Patuanelli si dirigono però senza troppi giri di parole verso la maggioranza di governo. Nel mirino del vicepresidente M5S finiscono non solo la vaghezza dell’esecutivo, ma la sostanziale sparizione di alcuni dei suoi uomini chiave sulla scena internazionale. La critica è tranchant: il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto è definitivamente scomparso dai radar, mentre il ministro delle Imprese Adolfo Urso sarebbe una figura sulla quale è persino difficile esprimere un commento. Non risparmia una stoccata nemmeno al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, descritto come un tecnico ossessionato dall’avanzo primario in un momento in cui, paradossalmente, l’industria nazionale ha un disperato bisogno di ossigeno e investimenti. In sostanza, la denuncia del senatore è che mentre l’Italia perde terreno da quattro anni, la classe dirigente si disperde in calcoli contabili piuttosto che in strategie di sopravvivenza industriale.

L’accordo di Turnberry e il patto tradito (o incompiuto)

A scatenare l’ira del presidente americano, almeno ufficialmente, sarebbe il mancato rispetto dell’intesa siglata nel luglio scorso nel corso di un vertice in Scozia, il cosiddetto “Accordo di Turnberry”. L’amministrazione Trump sostiene che l’Europa non abbia ancora recepito pienamente le clausole che avrebbero dovuto ridurre le barriere per i beni industriali a stelle e strisce. Da Bruxelles, però, la narrativa è diversa: la Commissione fa sapere che l’iter legislativo sta seguendo la prassi standard, con tempi tecnici compatibili con la complessità dell’Unione, e di aver tenuto costantemente informata la Casa Bianca. Il punto, sottolinea Patuanelli, non è tanto il ritardo burocratico quanto la sostanza: se l’Europa rimane un gigante economico ma un nano politico, incapace di far valere il proprio peso di fronte all’unilateralismo trumpiano (già sperimentato sulle acciaierie e ora sul settore auto), qualsiasi accordo sarà destinato a essere riscritto a senso unico da Washington.

Risposte possibili: dai contro-dazi al piano industriale

La pazienza, per il vicepresidente del M5S, è agli sgoccioli. L’appello che arriva dal Parlamento non è più quello di una diplomazia remissiva, ma di una reazione muscolare seppur calibrata. Patuanelli propone infatti una linea chiara: contro-dazi mirati per ristabilire un equilibrio di forza, accompagnati da un vero piano industriale europeo. Un piano – questo sì concreto – capace di difendere le imprese continentali dalla concorrenza sleale e dalle ritorsioni altrui, sostenendo la produzione interna e mettendo al centro il lavoro. L’alternativa, avverte, è continuare a guardare con finta rassegnazione mentre il valore aggiunto dell’Europa viene eroso. E, in un contesto geopolitico già infiammato da altre tensioni, l’assenza di una volontà politica comune rischia di trasformare questa sconfitta commerciale in una débâcle strategica permanente.

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