La rapina al Credit Agricole del Vomero e il fantasma della banda del buco
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Redazione Interno
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C’era un giovedì, quello del 16 aprile scorso, e un altro giovedì, lontano ma non troppo nella memoria di chi Napoli la conosce, quello del 26 ottobre 1989. La recente incursione alla filiale del Credit Agricole in piazza Medaglie d’oro all’Arenella, infatti, non ha fatto che riportare alla mente il clamoroso assalto alla allora Banca della Provincia di Napoli in via Manna, a due passi da via Duomo. In entrambi i casi, separati da trentasette anni, l’obiettivo sono state le cassette di sicurezza, bersaglio perfetto per azioni studiate a tavolino e organizzate con una meticolosità che ha saputo farsi beffa di ogni sistema d’allarme e di ogni pattuglia.
Le due direttrici dell’inchiesta
Le indagini, coordinate dalla procura partenopea, procederebbero in due direzioni che solo in apparenza potrebbero sembrare divergenti. Da un lato gli investigatori guardano a Roma, dove nel 2022 venne messo a segno un colpo con modalità sorprendentemente simili – stesso metodo di scavo, stesso tempismo quasi chirurgico –; dall’altro l’attenzione si concentra sul rione Sanità, storica culla delle cosiddette “bande del buco” napoletane, quelle che per generazioni hanno affinato l’arte di entrare nelle banche dal basso. Cosicché, per chi sta seguendo le tracce, giovedì scorso ad agire sarebbe stata una mega gang composta da almeno dieci persone, ciascuna delle quali – hanno ricostruito gli inquirenti – aveva un compito ben preciso: chi scavava, chi faceva da palo, chi tagliava le lamiere.
La voce di chi c’è già stato
«Il colpo al Credit Agricole? Che errore regalare ai banditi quelle due ore in attesa dell’arrivo dei Gis...». A parlare è Francesco Ghelardini, sessant’anni suonati e un passato che pesa come un macigno: lui quei colpi in banca li ha non solo visti, ma anche organizzati, fianco a fianco con la famigerata “Banda della Comasina” e con personaggi del calibro di Renato Vallanzasca, Tino Stefanini e la vera mente del gruppo, Antonio Golia detto “Il Pinella”. Ghelardini, che ha scontato ventun anni di carcere prima di chiudere i conti con il proprio turbolento passato, oggi lavora a Pisa nel campo dell’assistenza sanitaria. E non usa mezzi termini: attendere l’arrivo dei tiratori scelti dei Gis, nelle sue parole, è stato un regalo per i malviventi, un lasso di tempo prezioso che ha permesso loro di allontanarsi con il bottino senza trovare resistenza.
Un’analogia che diventa pista
L’analogia con la rapina a Maradona – quel 1989 in cui il mondo calcistico sembrava fermarsi ai piedi del dieci – non è solo un vezzo nostalgico. Per gli investigatori, invece, rappresenta un filo conduttore concreto: i tunnel scavati sotto le volte dei caveau, la pazienza certosina di chi sa che un colpo perfetto richiede settimane di preparazione, la capacità di colpire nel cuore di una città piena di vita senza che nessuno si accorga di nulla. E se trentasette anni fa la polizia riuscì a ricostruire il colpo grazie a un pentito, oggi gli inquirenti si affidano alle telecamere, ai tabulati e alle soffiate. Nessuna traccia, per ora, del bottino. Nessuna certezza sul numero esatto dei complici. Solo quella sensazione, per chi indaga, che il buco scavato nel pavimento della banca sia in realtà la punta di un iceberg molto più profondo.
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