L’Aquila, Piantedosi: «Ferita ancora aperta» a 17 anni dalla notte che spezzò il tempo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono le 3:32 del mattino, un’ora che all’Aquila non scandisce più soltanto un orario, ma una cesura netta nella storia collettiva. A diciassette anni esatti da quella scossa di magnitudo 6.3 – che rase al suolo interi quartieri e trasformò il centro storico in una città fantasma – il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha voluto ricordare le 309 vittime con un’espressione cruda: quella di una “ferita ancora aperta”. Una definizione, la sua, che evita la retorica della pacificazione per attestarsi sulla concretezza di un dolore che, nonostante il tempo trascorso, non ha smesso di sanguinare, soprattutto tra le pieghe di una ricostruzione fisica e morale ancora in cammino.

Il ricordo ufficiale, celebrato tra musica, silenzio e la consueta lettura dei nomi, ha visto la città raccogliersi senza la fiaccolata che tradizionalmente solcava le vie del centro, sostituita quest’anno da momenti di riflessione più intimi. È nella Casa dello Studente, divenuta il simbolo per antonomasia della tragedia per aver mietuto diverse giovani vite, che si è concentrata la memoria collettiva. Lì, dove il futuro di tanti ragazzi si è interrotto improvvisamente, le istituzioni e i cittadini hanno deposto fiori, restituendo a quel luogo il senso di un mausoleo a cielo aperto che custodisce la fragilità di una generazione spazzata via in ventitré secondi.

L’Abruzzo e il peso di una data che non passa mai

L’anniversario arriva mentre l’Abruzzo, e in particolare il capoluogo, tenta di guardare avanti tra i cantieri della rinascita, se è vero che i dati parlano di una percentuale altissima di edifici riconsegnati o in fase di conclusione. Tuttavia, la circostanza della ricorrenza riporta inevitabilmente alla mente la cronaca di quella notte: 1600 feriti e circa 65mila sfollati, una marea umana che visse per mesi nelle tendopoli allestite dalla Protezione Civile. Il ministro Piantedosi, nel suo intervento, ha voluto estendere il pensiero non solo a chi non c’è più, ma a “chi ha affrontato il dolore e la devastazione”, riconoscendo la dignità di una popolazione che non si è mai piegata del tutto.

A renderla ancora più struggente, quest’anno, è stata la scelta di affidare la lettura delle 309 vittime a chi quella tragedia non l’ha nemmeno vista nascere, ma la porta addosso come un’eredità involontaria. Come avvenuto per i sedici anni, anche in questa diciassettesima ricorrenza è stata una ragazza nata proprio alle 3:32 del 6 aprile 2009 – pochi istanti dopo la scossa – a scandire quei nomi, creando un ponte ideale tra lo strazio del passato e la resistenza del presente.

Tra memoria e responsabilità, il nodo della sicurezza

Se il dolore per chi non c’è più rimane il sentimento dominante, le parole dei vertici del Viminale hanno cercato di tracciare una linea verso l’impegno presente. Piantedosi ha rinnovato la gratitudine verso le forze dell’ordine, i vigili del fuoco e i volontari che scavarono tra le macerie, ma ha anche sottolineato la necessità di “proseguire lungo la strada intrapresa per garantire più sicurezza ai territori”. Una dichiarazione che, in filigrana, richiama le annose questioni legate alla prevenzione sismica e alla manutenzione del patrimonio edilizio italiano, temi su cui la politica è spesso chiamata a misurarsi senza trovare soluzioni definitive.

La cerimonia ha quindi evitato volutamente la retorica trionfalistica, scegliendo una sobrietà che lascia spazio alla riflessione personale. La decisione di non organizzare il corteo che un tempo univa la Casa dello Studente al Parco della Memoria ha sorpreso molti, ma è stata interpretata come un segnale di maturità: la volontà di non trasformare il lutto in uno spettacolo mediatico, restituendo alla città una dimensione di raccoglimento più autentica.

Il fiume silenzioso dei familiari

L’Aquila si è svegliata così, con le vetrine dei negozi chiuse in segno di lutto cittadino e le bandiere a mezz’asta, in una giornata di aprile che ha il peso specifico di una sentenza. E se la musica ha tentato di ricucire ciò che il tempo non cancella, come nel concerto dell’orchestra jazz che ha coinvolto i giovani, il silenzio delle 3:32 rimane il momento più alto, quello in cui la città smette di respirare per onorare chi non respira più. Il conto delle vittime, fermo a 309, è il numero che più di ogni altro riassume l’assurdo: quello di una terra che, pur essendo bella, ogni tanto si dimentica di essere anche letale.

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