Samuele Bersani: «Abito a Bologna da 35 anni, pago la Tari, ma non mi citano mai tra i cantanti della città»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Un lungo dialogo, inframezzato dagli applausi del pubblico che gremiva il teatro Duse e da spezzoni di video e canzoni, ha portato ieri sera Samuele Bersani a raccontarsi a tutto tondo. L’occasione era offerta dalla tredicesima edizione di Romanae Disputationes, il concorso nazionale di filosofia che in queste ore trasforma Bologna in una sorta di capitale del pensiero, e che ha visto il cantautore romagnolo salire sul palco per confrontarsi con Marco Bernardi, presidente di Illumia. Bersani, che di anni ne ha cinquantacinque e bolognese d’adozione lo è da più della metà della sua vita, ha scherzato più volte sulla sua indole riservata, ammettendo una certa emozione nel trovarsi di fronte a centinaia di persone, ma è stato soprattutto un passaggio, quasi una battuta lasciata cadere verso il termine della serata, a catturare l’attenzione dei presenti. «Abito qui da trentacinque anni, pago regolarmente la Tari», ha detto con ironia, «ma quando fanno l’elenco dei cantanti bolognesi, io non ci sono mai». Una provocazione, la sua, che pure fotografa lo strano rapporto tra l’artista e la città che lo ospita, una città che Bersani ha fatto più volte da sfondo alla sua produzione musicale senza però che questo legame, almeno nell’immaginario collettivo, venisse riconosciuto con la stessa forza di quello di altri colleghi.

Lucio Dalla, l’incontro e la nascita di un brano celebre

Il filo conduttore dell’intera serata, però, è stato inevitabilmente il rapporto con Lucio Dalla. Bersani ne ha ripercorso la genesi con dovizia di particolari, ricordando quando, ragazzo, lesse che il cantautore era a Riccione per un evento al Cocoricò e decise di fargli sentire un brano. Quella canzone, che era Il mostro, piacque a Dalla al punto da fargli firmare il primo contratto. «Lui mi ha aiutato tantissimo», ha spiegato il cantautore, «ed è stato il mio procuratore finché non ha capito che doveva lasciarmi volare via». E proprio a Dalla, o meglio a un episodio specifico della loro collaborazione, è legata la nascita di una delle canzoni più note del repertorio dell’artista bolognese. Bersani ha raccontato di aver scritto il testo di Canzone in un periodo di profonda tristezza, dovuto alla fine di una relazione importante. «Era la prima volta che venivo lasciato», ha confessato dal palco del Duse, «mi sentivo perso e abbandonato. In studio Lucio aveva quella musica, ma non riusciva a trovare le parole giuste. Mi vide in quello stato e mi disse: ‘Ora devi capitalizzare il dolore’. Mi lasciò la cassetta e io decisi di raccontare quello che eravamo stati io e lei». Un tentativo, ha aggiunto con una punta di autoironia, di riconquistare la ragazza, tentativo che però non sortì l’effetto sperato.

La creatività, la noia e i timori sull’intelligenza artificiale

Spazio, nel corso della lunga chiacchierata, anche per riflessioni che dalla musica si allargano alla società contemporanea. Bersani ha parlato della sua idea di creatività, legandola a doppio filo alla noia, un sentimento che oggi, con i device sempre in mano, rischia di scomparire. «La noia è fondamentale, soprattutto per i bambini e gli adolescenti», ha spiegato, «perché stimola l’immaginazione. Io ricordo bene le giornate vuote nella casa di campagna dei nonni, e la fantasia che riempiva quelle ore». Da qui, il discorso è scivolato inevitabilmente sull’intelligenza artificiale. Il cantautore ha voluto distinguere tra l’uso della tecnologia come strumento e la delega della creatività alla macchina, un rischio che, a suo avviso, è sempre più concreto e preoccupante. «Non sono contro la tecnologia», ha tenuto a precisare Bersani, «ma il punto critico è quando le delegheremo la nostra fantasia, quando lasceremo che sia lei a inventare e noi ci limiteremo a metterci la firma». Una riflessione, la sua, che ha trovato il consenso di un pubblico attento e partecipe.

Gli aneddoti su Mina e Ornella Vanoni, tra timidezza e amicizia

Tra un ricordo e una canzone, Bersani ha inframmezzato il racconto con alcuni gustosi aneddoti che vedono protagoniste alcune delle voci più importanti della musica leggera italiana. Ha raccontato, tra le risate del pubblico, di quando al telefono gli si presentò una signora dicendo di chiamarsi Mina Mazzini. Lui, inizialmente, non capì. Poi lei, con semplicità, aggiunse «sono Mina», e solo in quel momento il cantautore realizzò con chi stava parlando. Ha ricordato poi l’amicizia con Ornella Vanoni, per la quale ha scritto il brano Isola, e la stima profonda per Fiorella Mannoia, per cui compose Crazy boy. La serata, organizzata dall’associazione Incontri Esistenziali, si è conclusa tra gli applausi, lasciando emergere il ritratto di un artista che, nonostante la timidezza confessata, si racconta con sincerità e ironia, tessendo le fila di una carriera che affonda le radici nel solco della grande tradizione dei cantautori emiliani.

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