Marelli, la crisi tra Chapter 11 e l'incognita per i 6.000 dipendenti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre la holding Marelli, erede di quel che rimane della storica Magneti Marelli, presenta al tribunale del Delaware la richiesta di accesso al Chapter 11 – lo strumento statunitense per la ristrutturazione del debito –, in Italia si moltiplicano le domande sul futuro dei sei mila lavoratori, tra cui gli ottocento dell’Automotive Lighting di Tolmezzo. A Roma, i sindacati hanno incontrato i rappresentanti del governo, ottenendo rassicurazioni sull’assenza, al momento, di esuberi. Ma le garanzie si fermano qui.

«La procedura avviata negli Stati Uniti», spiega Michele Lombardo, segretario regionale Uil e sulmonese di origini, «è solo l’ultimo capitolo di una crisi annunciata. Quello che serve ora è chiarezza sui tempi e sui modi della ristrutturazione». Lombardo, che ha mosso i primi passi nel sindacato proprio a Sulmona, città dove sorge uno stabilimento coinvolto nella vertenza, sottolinea come l’incertezza pesi soprattutto sui territori. «Dietro i numeri ci sono persone, intere famiglie che dipendono da queste fabbriche».

Il gruppo, oggi in mano al fondo KKR dopo il divorzio da Fiat Chrysler, naviga in acque turbolente: il debito supera i quattro miliardi, e l’ipotesi di una cessione alla indiana Samvardhana Motherson – colosso da 12 miliardi di fatturato – appare sempre più concreta. Un passaggio che, se da un lato potrebbe garantire continuità, dall’altro lascia aperti interrogativi sulle condizioni lavorative e sugli investimenti negli stabilimenti italiani.

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