La trappola di Zelensky: saldare l’Ucraina all’Iran per trascinare l’Europa nella guerra di Trump
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Redazione Esteri
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L’Europa sta cadendo nella trappola di Volodymyr Zelensky, ovvero nella strategia di trascinare il Vecchio Continente nella guerra che Donald Trump sta conducendo contro l’Iran. Una mossa, quella del presidente ucraino, che appare tanto chiara nei suoi obiettivi quanto drammatica nelle possibili conseguenze, e che solleva un interrogativo inquietante: i nostri governanti sono davvero incapaci di leggere una realtà che appare evidente a occhio nudo, oppure sono consapevoli di stare portando l’Europa verso una guerra guerreggiata su un fronte che non le appartiene?.
Il disegno di Kiev: la saldatura dei conflitti
L’attacco ucraino contro una nave iraniana ancorata alla foce del Volga, nel Mar Caspio, non è stato un episodio isolato ma il tassello di un disegno preciso. Kiev ha colpito un’imbarcazione che, secondo le proprie fonti, trasportava rifornimenti militari destinati alla Russia, un’accusa che trova fondamento nel ruolo di Teheran come fornitore di droni e tecnologia bellica per Mosca sin dall’inizio dell’invasione del 2022.
In cambio, l’Iran riceve tecnologia russa per affinare la propria industria missilistica e i propri droni a lungo raggio, creando un asse militare che si estende dal Mar Nero al Golfo Persico.
L’obiettivo dichiarato di Zelensky, come del resto emerso anche nel corso dei summit internazionali e dalle cronache che lo vedono protagonista a Washington, è quello di forzare la mano agli alleati occidentali, saldando il conflitto ucraino con lo scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Un circuito infernale in cui il presidente ucraino cerca di presentarsi non più come un “peso” per l’amministrazione Trump, ma come un alleato prezioso, capace di colpire gli interessi iraniani e di indebolire l’asse con Mosca, esattamente nel momento in cui Trump fatica a ottenere un sostegno convinto dai partner NATO per la sua guerra in Medio Oriente.
La stretta di mano a Washington e il ruolo di Israele
La fotografia della stretta di mano tra Benjamin Netanyahu e Volodymyr Zelensky a Washington, a margine dei funerali del senatore Lindsey Graham, è l’immagine simbolica di questa saldatura. Pochi minuti e un sorriso hanno suggellato l’intesa su un obiettivo comune: coinvolgere l’Europa nello scontro con Teheran.
A corroborare questa tesi, le voci secondo cui l’intelligence israeliana avrebbe fornito a Kiev informazioni cruciali per i bombardamenti contro le navi iraniane nel Mar Caspio, utilizzate da Zelensky per dimostrare agli Stati Uniti la propria utilità sul campo.
L’incontro con Trump alla Casa Bianca, descritto come “positivo e produttivo”, ha segnato un punto di svolta nei rapporti tra i due leader, che in passato erano stati segnati da aspre tensioni e da un confronto aspro che portò persino alla cacciata di Zelensky dallo Studio Ovale. Ora, invece, il presidente ucraino arriva a Washington forte di un rapporto rinnovato, forte del fatto che il suo Paese sta bloccando l’avanzata russa e che può offrire a Trump un contributo concreto nella guerra contro l’Iran.
La spaccatura in Italia e il ruolo del Pd
In Italia, il dibattito politico riflette le contraddizioni di questa fase storica. Il governo Meloni, da un lato, dichiara che la guerra contro l’Iran “non è la nostra”, mentre dall’altro l’intero arco parlamentare, con l’eccezione di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle, garantisce a Kiev aiuti “con tutti i mezzi a disposizione”, senza mai porre condizioni vincolanti o ipotizzare una vera via diplomatica per la de-escalation. Un atteggiamento che, di fatto, finisce per avallare la strategia di allargamento del conflitto.
Anche all’interno del Partito Democratico si registra una tensione profonda. L’ala riformista del partito, che pure conta poco numericamente, trova spazio nei media per sostenere le ragioni dell’intervento, contrapponendosi a chi, invece, è contrario a continuare ad armare l’Ucraina.
La segretaria Elly Schlein, stando alle ricostruzioni, non vuole produrre strappi, rendendo così inevitabile il ricorso alle primarie per sciogliere il nodo politico e ideologico che spacca il centrosinistra, sullo sfondo di una guerra che minaccia di coinvolgere l’Europa molto più di quanto si sia disposti ad ammettere.
L’Europa nella morsa
La strategia di Zelensky, che trova un terreno fertile nelle tensioni tra Washington e Teheran, mette l’Europa in una posizione estremamente delicata. Mentre il governo italiano dichiara la propria estraneità al conflitto contro l’Iran, l’invio di armi a Kiev senza condizioni vincolanti rischia di trasformare l’Ue in un attore, se non partecipe, quantomeno complice di una guerra globale che sta assumendo contorni sempre più ampi.
Il rischio, come sottolineato da più parti, è che l’Europa, divisa al proprio interno e priva di una chiara strategia di difesa autonoma, venga trascinata in un vortice di violenza dove gli unici a decidere sono i leader di Stati Uniti, Russia e Iran.
In questo scenario, l’attacco aereo nel Mar Caspio e le dichiarazioni di Kiev rappresentano un vero e proprio test per la tenuta dell’alleanza atlantica.
Gli Stati Uniti, che hanno accolto con favore il contributo ucraino, potrebbero vedere in questa cooperazione un mezzo per delegare a un alleato periferico il compito di indebolire l’asse russo-iraniano, mentre l’Europa, ancora una volta, si trova a subire le conseguenze di una partita giocata su scacchieri lontani, con il rischio di pagare un prezzo altissimo in termini di sicurezza, stabilità economica e coesione sociale.
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