La saldatura tra i conflitti e l’asse dello sconvolgimento: il patto Iran-Russia-Cina si fa più solido
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Redazione Esteri
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Tre anni di silenzio e di gelo, interrotti da una stretta di mano tanto rapida quanto carica di significato: quella tra Benjamin Netanyahu e Volodymyr Zelensky, avvenuta a Washington pochi minuti prima dei funerali del senatore Lindsey Graham, ha fotografato in un solo gesto ciò che la diplomazia fatica a mettere nero su bianco. I due leader, che rappresentano i fronti caldi di questo decennio tormentato, si sono scambiati poco più di un sorriso, ma il messaggio politico è stato inequivocabile.
Perché mentre l’attenzione dei media era tutta concentrata sull’incontro con Donald Trump alla Casa Bianca, i servizi segreti israeliani avevano già fornito a Kiev informazioni preziose su due navi iraniane nel Mar Caspio, cariche di armi dirette in Russia; un flusso di intelligence che ha permesso agli ucraini di colpire sabato scorso i battelli ancorati alla foce del Volga, in quella che è stata letta come una risposta militare a un traffico illecito ormai cronico.
L’intreccio perverso tra i due teatri di guerra
Da una parte la guerra in Ucraina, dall’altra quella che vede Stati Uniti e Israele impegnati in una strategia di pressione sempre più asfissiante contro l’Iran: due conflitti che fino a pochi mesi fa sembravano viaggiare su binari paralleli, ma che oggi si saldano in un intreccio che molti analisti definiscono perverso.
L’incidente del Caspio, con i droni ucraini che hanno preso di mira il carico bellico diretto a Mosca, rappresenta solo l’ultimo tassello di una catena di eventi che risale al 2022, quando Teheran ha cominciato a rifornire la Russia di droni Shahed e altro materiale militare, aggirando le sanzioni internazionali con un traffico che passa attraverso il Mar Caspio e le rotte del Caucaso.
In cambio, la Repubblica islamica riceve da Mosca tecnologia avanzata per affinare la propria industria missilistica e aumentare la precisione delle sue armi a lungo raggio, che oggi montano sistemi di guida russi in grado di resistere alle contromisure nemiche.
L’asse dello sconvolgimento e il ruolo della Cina
Ma il quadro strategico non si esaurisce nel duplice flusso di armi e tecnologia tra Iran e Russia; c’è un terzo attore, e forse il più decisivo, che osserva e al tempo stesso agisce da dietro le quinte. Pechino, che con Teheran aveva interrotto i colloqui diretti da tre anni, ha ripreso a tessere le fila di una relazione che non si era mai davvero interrotta sul piano degli interessi comuni.
La Cina, che guarda con preoccupazione all’espansione del conflitto in Medio Oriente e al contempo non ha alcun interesse a vedere una rapida risoluzione della guerra in Ucraina, sta rifornendo l’Iran di componenti elettronici e materiali dual-use che finiscono per potenziare sia il programma missilistico sia la rete di droni utilizzata contro gli obiettivi israeliani e ucraini.
Si rafforza così quello che alcuni analisti definiscono l’asse dello sconvolgimento, un blocco eterogeneo che comprende Iran, Russia, Cina e Corea del Nord, paesi accomunati non da una ideologia omogenea ma da un obiettivo convergente: non hanno alcun interesse a fermare i combattimenti, perché ogni giorno di guerra indebolisce l’Occidente e consente loro di ridisegnare gli equilibri globali a proprio vantaggio.
La sfida di Trump e il rischio di una sovrapposizione devastante
In questo scenario complesso, l’incontro di martedì alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e Netanyahu ha avuto almeno un risultato concreto, secondo quanto riferito da fonti vicine alla trattativa: evitare la sovrapposizione diretta tra il fronte russo-ucraino e quello americano-iraniano, una saldatura che rischierebbe di trasformare due guerre regionali in un unico conflitto globale.
L’incidente scatenante c’era già stato, con l’attacco ucraino alle navi iraniane, e la tensione è salita rapidamente, tanto che il presidente americano ha dovuto esercitare pressioni su entrambi gli alleati per evitare che la ritorsione di Teheran si riverberasse sul fronte ucraino o, peggio, che Israele approfittasse della situazione per allargare le proprie operazioni contro le basi iraniane in Siria.
Tuttavia, la partita resta aperta e gli equilibri sono fragilissimi, perché mentre Washington cerca di tenere separati i due tabelloni, Pechino e Mosca lavorano nella direzione opposta, alimentando quella che il generale Gian Marco Gaiani ha definito una strategia della tensione per mettere in difficoltà l’Europa e gli Stati Uniti.
Zelensky, dal canto suo, ha provato a giocare la carta della saldatura tra i due fronti per ottenere più sostegno occidentale, ma Trump lo ha stoppato, consapevole che un’escalation incontrollata porterebbe a uno scontro diretto con la Russia e con l’Iran che nessuna amministrazione americana è pronta a gestire.
Il traffico di armi nel Mar Caspio, l’intelligence israeliana condivisa con Kiev, il riarmo iraniano trainato dalla tecnologia russa e il ritorno della Cina a fare da sponda a Teheran delineano un quadro in cui ogni mossa militare rischia di innescare una reazione a catena.
L’attacco ai due battelli, che secondo fonti ucraine trasportavano missili e componenti per droni, è stato giustificato come un atto di autodifesa, ma ha avuto il merito di portare alla luce il nodo centrale: il conflitto in Ucraina non è più solo una questione europea, e la crisi iraniana non è più solo una questione mediorientale. Si sono saldati in un intreccio globale che vede contrapposti due schieramenti, ma con la particolarità che uno di essi, quello guidato da Russia e Cina, non ha fretta di arrivare a un tavolo negoziale.
E così, mentre gli ayatollah di Teheran valutano la possibilità di rispondere con un missile contro obiettivi ucraini o, più probabilmente, contro basi americane nella regione, la diplomazia internazionale cerca di correre ai ripari, consapevole che il tempo gioca a favore di chi vuole lo sconvolgimento e contro chi cerca una pace che sembra sempre più lontana.
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