La ferocia e il silenzio: l’autopsia conferma le 19 coltellate su Valentina Sarto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono diciannove i fendenti che hanno strappato la vita a Valentina Sarto, la barista di 41 anni uccisa mercoledì scorso nell’appartamento di via Pescaria a Bergamo. A stabilirlo è stato il medico legale Luca Taiana, incaricato dalla Procura di effettuare l’autopsia all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Il referto sintetico, già trasmesso al pm Antonio Mele, descrive un accanimento terribile: lesioni da arma da taglio distribuite in diverse parti del Corpo, tra le quali due risultate immediatamente letali per aver reciso la carotide e la giugulare nella zona cervicale. La donna, secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni, è stata colpita alle spalle mentre si trovava nella camera da letto, un dettaglio che esclude qualsiasi possibilità di difesa o reazione.

La dinamica dell’aggressione e le indagini sull’escalation

La ricostruzione della dinamica, sebbene gli accertamenti tecnici non siano ancora del tutto completati, si è chiarita anche grazie agli elementi raccolti dalla polizia scientifica e dai racconti di chi, nei giorni precedenti, aveva avvertito il clima di tensione che precedeva la tragedia. L’autopsia, eseguita venerdì mattina, ha fornito le prove della ferocia con cui Vincenzo Dongellini, il marito di 49 anni, si è accanito sulla compagna di una vita. L’uomo, che attualmente si trova in carcere dopo essere stato dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato per alcune ferite superficiali – che lui stesso avrebbe definito come un tentativo di togliersi la vita – ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti al magistrato. La figlia di Dongellini, avuta da una precedente relazione, è stata quella che ha lanciato l’allarme dopo una telefonata ricevuta dal padre, che le avrebbe confessato di aver litigato con la moglie.

Il silenzio interrotto dalle parole di chi cercava di aiutarla

Se l’indagato tace, è il racconto di chi le era accanto a delineare il contesto di quelle ultime settimane. A febbraio, Valentina aveva iniziato una relazione con un altro uomo, che frequentava il bar dello stadio dove lei lavorava. Proprio questo uomo ha riferito agli inquirenti di averla più volte spinta a denunciare il marito, la cui indole gelosa e possessiva si sarebbe aggravata dopo il matrimonio, celebrato il 24 maggio dello scorso anno dopo un fidanzamento decennale. L’uomo ha raccontato di aver accompagnato Valentina sabato scorso dai carabinieri di Almenno San Salvatore, non per sporgere formalmente denuncia, ma per avere un consiglio su come comportarsi di fronte alle minacce. Lei, secondo quanto riferito, avrebbe preferito attendere una settimana per valutare l’evoluzione della situazione; una decisione, questa, che si è rivelata fatale a distanza di pochi giorni.

Le testimonianze della madre e i segni di una violenza pregressa

A rompere il silenzio sul clima di terrore vissuto dalla vittima è stata anche la madre, Lia Ventura, che si è presentata davanti ai cronisti con il volto segnato dal dolore ma con una lucidità agghiacciante nel ricostruire gli ultimi mesi della figlia. La donna ha svelato che Valentina, stanca delle pressioni, aveva confessato al marito di essersi innamorata di un altro, una rivelazione che ha fatto da miccia alla spirale di violenza. Un episodio, in particolare, aveva già acceso un campanello d’allarme: la madre ha raccontato di aver visto una foto in cui la figlia mostrava una mano fasciata. Dopo aver insistito, Valentina le avrebbe detto che era stato il marito a “stritolargliela” durante una lite, aggiungendo di non essersi rivolta al pronto soccorso proprio per evitare l’obbligo di sporgere denuncia.

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