Deficit al 3,1%, l’Italia resta nella procedura Ue: cosa cambia davvero per i conti pubblici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La conferma del rapporto deficit/Pil 2025 al 3,1% da parte dell’Istat ha cancellato le residue speranze di un’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Il dato, reso noto il 22 settembre, segna un miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 ma resta sopra la soglia del 3% necessaria per chiudere il braccio correttivo del Patto di stabilità con un anno di anticipo rispetto alla scadenza fissata al 2026.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha commentato con un laconico “prendiamo atto, non senza rammarico”, rinviando formalmente l’obiettivo al 2027, quando saranno certificati i conti dell’anno in corso.

La revisione dei dati e la polemica politica

Il dato definitivo è risultato leggermente peggiore delle attese: la revisione di settembre ha corretto al rialzo l’indebitamento netto di 355 milioni rispetto alla stima di aprile, portando il disavanzo a 69.736 milioni di euro. Nella composizione finale sarebbero confluiti circa 700 milioni di investimenti di Rfi e Anas non preventivati, quasi un miliardo assorbito dai partenariati pubblico-privati e una revisione parziale dei crediti d’imposta Superbonus, conteggiati solo per 3,2 miliardi sui 4,8 stimati in precedenza.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato la traiettoria di riduzione del deficit “dall’8,1 al 3,08”, osservando che “hai fatto 30, eri molto vicino al 31”. Nel corso del suo intervento a Porta a Porta, la premier ha anche sollevato un dubbio sull’operato dell’Istat, affermando di non sapere “se l’Istat sottostima gli italiani o il governo”, e ricordando che le stime di crescita degli ultimi anni sono state sistematicamente riviste al rialzo.

Il parametro della spesa netta e gli obblighi effettivi

Dal punto di vista operativo, la permanenza nella procedura non modifica radicalmente gli obblighi di bilancio dell’Italia. La riforma del Patto di stabilità entrata in vigore nel 2025 ha spostato il parametro di riferimento dalla riduzione annuale del deficit strutturale allo 0,5% del Pil al controllo della spesa netta. Fintanto che il paese rispetta il percorso di crescita della spesa concordato con Bruxelles, non scattano automatismi sanzionatori né richieste correttive aggiuntive.

Il documento di finanza pubblica prevede per il 2026 un deficit al 2,9%, coerente con un percorso di rientro graduale.

Il vincolo più stringente riguarda piuttosto l’utilizzo della clausola di flessibilità per gli investimenti in difesa ed energia. L’Italia ha comunicato a Bruxelles l’intenzione di avvalersi di uno spazio extra-deficit pari all’1,5% del Pil nel prossimo biennio, circa 36 miliardi, per spese legate alla sicurezza energetica e agli investimenti militari.

La permanenza nella procedura, tuttavia, rende l’attivazione della clausola più problematica: chi è già sopra la soglia del 3% rischia di non riuscire a uscirne mai, come ha osservato lo stesso Giorgetti definendo la situazione una potenziale “trappola”. La Commissione europea ha nel frattempo segnalato una possibile apertura, slegando l’attivazione della clausola dall’esistenza di una procedura formale, sulla scorta di quanto già fatto dal Belgio, anch’esso nel braccio correttivo.

Le divisioni nella maggioranza e la manovra in costruzione

Il dato ha riacceso le tensioni all’interno della coalizione di governo. Matteo Salvini ha immediatamente rilanciato la richiesta di uno scostamento di bilancio, sostenendo che solo per il ministero delle Infrastrutture servirebbero otto miliardi per pagare i lavori già realizzati, e giudicando “surreale” che uno scarto dello 0,1% condizioni la capacità di investimento. Forza Italia ha invece frenato, con il portavoce Raffaele Nevi che ha invitato a “gestire con oculatezza i conti pubblici”.

Gli azzurri hanno aperto piuttosto a un contributo straordinario dei gruppi energetici, mentre il presidente dell’Abi Antonio Patuelli ha chiuso la porta a ulteriori prelievi dalle banche, ricordando che “hanno già dato”.

La manovra in preparazione dovrebbe aggirarsi intorno ai 25-30 miliardi di euro. Tra le misure sul tavolo figurano la prosecuzione degli sgravi Irpef concentrati sul ceto medio, la stabilizzazione del taglio del bollo auto, la detassazione degli aumenti contrattuali e interventi su pensioni, sanità e giovani.

La dimensione effettiva dipenderà dalla capacità di reperire coperture, anche attraverso l’eventuale attivazione delle clausole europee su difesa ed energia: in quel caso, una parte delle spese già previste nei tendenziali potrebbe essere computata nell’extradeficit, liberando margini per nuove misure.

I dati di quadro e le prospettive di rientro

La fotografia dell’Istat non si esaurisce nel dato sul deficit. Il Pil in volume è cresciuto dello 0,6% nel 2025, un decimo in più rispetto alla stima di marzo, con una revisione al rialzo anche per il 2024, all’1,1%. Il saldo primario, al netto della spesa per interessi, è risultato positivo per lo 0,8% del Pil, in miglioramento di 0,3 punti rispetto all’anno precedente. La pressione fiscale ha invece toccato il 42,9%, sette decimi in più del 2024. Il rapporto debito/Pil è stato rivisto al 136,7%, in aumento rispetto al 134,2% dell’anno precedente.

Eurostat certificherà definitivamente i dati il 21 ottobre, mentre il nuovo appuntamento per l’uscita formale dalla procedura è fissato al 2027, quando saranno consolidati i conti del 2026.

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