La strategia curda e i colloqui con Washington: cosa filtra dal confine tra l'Iraq e l'Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ipotesi di un’offensiva via terra dei curdi contro l’Iran, che pure aveva animato le cronache di alcune testate internazionali nella serata di mercoledì, merita di essere vagliata con il necessario scetticismo del mestiere. Se da un lato Fox News e il media israeliano iNews24 avevano rilanciato l’idea di un attacco condotto dalla Coalizione delle forze politiche del Kurdistan (Cpfik) nella parte occidentale del Paese, dall’altro i fatti concreti, sul terreno, raccontano una realtà più sfumata e complessa. Nessun combattente curdo, al momento, ha materialmente varcato il confine per impegnare le forze di Teheran in uno scontro diretto. Eppure, la macchina della diplomazia parallela e degli apparati di intelligence è in moto da tempo, e coinvolge attori il cui raggio d’azione si estende ben oltre la regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Secondo quanto ricostruito da più fonti, inclusi funzionari curdi e rappresentanti della coalizione anti-ISIS, la Cia mantiene una presenza strutturata a Erbil, con un avamposto situato non lontano dal confine iraniano. Si tratta di una collaborazione che affonda le sue radici nelle dinamiche della guerra in Iraq, ma che oggi potrebbe assumere una fisionomia nuova. Due fonti vicine alla questione, sentite dalla Cnn, hanno confermato l’esistenza di questo presidio, mentre il Dipartimento della Difesa americano continua a mantenere truppe nella capitale curda ufficialmente nell’ambito della campagna contro lo Stato Islamico. È in questo contesto che si inseriscono i colloqui, definiti da alcuni interlocutori come “esplorativi”, tra funzionari statunitensi e rappresentanti del Partito democratico del Kurdistan iraniano (Pdki). L’emittente americana ha rivelato come la Cia stia valutando la possibilità di armare i curdi iraniani, un piano che avrebbe l’obiettivo dichiarato di seminare il caos nella repubblica islamica, sfruttando il malcontento popolare e la finestra di vulnerabilità apertasi con le recenti operazioni militari israelo-americane.

I retroscena della telefonata e la posizione dei leader curdi

Un passaggio cruciale di questa delicata partita è rappresentato dai contatti diretti intercorsi tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e le leadership curde. Stando a quanto riferito da Axios e successivamente ripreso dalla Cnn, martedì ci sarebbe stata una conversazione telefonica tra Trump e Mustafa Hijri, il segretario generale del Pdki. Un colloquio che, se confermato ufficialmente, segnerebbe un salto di qualità nelle relazioni tra Washington e le componenti curde iraniane, storicamente utilizzate come pedina ma raramente appellate a cosi alti livelli istituzionali. Rappresentanti del partito, ascoltati dall’emittente americana, hanno parlato di un dialogo positivo, senza tuttavia sbilanciarsi sui dettagli operativi.

Parallelamente, il presidente americano avrebbe contattato anche i due storici leader curdi iracheni, Masoud Barzani e Bafel Talabani, rispettivamente a capo del Partito Democratico del Kurdistan e dell’Unione Patriottica del Kurdistan. Una mossa, quest’ultima, che appare funzionale a garantire il via libera logistico per un eventuale passaggio di armi o uomini attraverso il territorio da loro amministrato. La richiesta, secondo quanto filtra da ambienti curdi, sarebbe quella di aprire un corridoio che permetta ai gruppi iraniani di muoversi con maggiore libertà lungo la fascia di confine. Una richiesta che mette i leader di Erbil in una posizione quanto mai delicata, costretti a bilanciare l’alleanza storica con gli Stati Uniti e la necessità di non offrire a Teheran un pretesto per rappresaglie massicce, che potrebbero assumere la forma di droni o missili balistici diretti contro le loro città.

L’assedio mediatico e i movimenti sul confine

Mentre la diplomazia internazionale lavora sottotraccia, la propaganda e il lancio di notizie non verificate giocano un ruolo non secondario nell’economia del conflitto. Il tam tam mediatico, alimentato da fonti anonime americane e israeliane, parla di migliaia di combattenti curdi pronti a lanciare l’operazione “Ruggito del leone” nel nord-ovest dell’Iran. Si tratterebbe di forze numericamente esigue, se paragonate all’esercito regolare iraniano, ma potenzialmente in grado di diventare un fattore di disturbo, specialmente se impiegate in coordinamento con le incursioni aeree che hanno già preso di mira installazioni militari e depositi di carburante.

Le stesse fazioni curde, forti dell’esperienza maturata sul campo contro l’Isis, potrebbero agire da ago della bilancia in uno scenario di guerriglia asimmetrica. L’obiettivo dichiarato, per chi spinge per l’intervento, non sarebbe tanto una conquista territoriale, quanto la capacità di innescare una rivolta popolare all’ombra dei bombardamenti. Un’eventualità che costringerebbe i Pasdaran a disperdere le proprie forze su due fronti, combattendo sia le incursioni esterne sia possibili sollevazioni interne. Al momento, tuttavia, i contingenti armati stanziati nei campi profughi al di là del confine osservano la situazione, pronti a muoversi solo a fronte di garanzie politiche e militari che, a oggi, appaiono ancora tutte da definire.

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