Guerra all’Iran, il nodo dei curdi tra nuovi raid e la transizione del potere a Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il settimo giorno di operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica si apre con una duplice direttrice: da un lato la macchina della successione, che a Teheran si è messa in moto subito dopo la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, e dall’altro il pressing dell’amministrazione Trump sulle componenti curde, le uniche — almeno sulla carta — in grado di aprire un fronte di terra a occidente. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, guidato da Ali Larijani, avrebbe già predisposto i piani per l’annuncio ufficiale del nuovo leader, un passaggio delicatissimo che avviene mentre i raid aerei continuano a martellare installazioni militari e siti strategici. La transizione, accelerata dagli eventi bellici, vede al lavoro un consiglio ad interim composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei e da un giurista del Consiglio dei Guardiani, ma è sull’asse curdo che si concentrano le attenzioni degli analisti.

Il risiko curdo e le trattative di Trump con i leader iracheni

Donald Trump, come confermato da fonti curde e americane, avrebbe avuto colloqui diretti con Masoud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan, e con Bafel Talabani, a capo dell’Unione Patriottica del Kurdistan, ponendo un aut aut piuttosto esplicito: o con gli Stati Uniti e Israele, o con l’Iran. Il messaggio, riferito dal Washington Post e ripreso da altre agenzie, sarebbe stato recepito come una chiara richiesta di aprire un varco logistico per consentire ai combattenti curdi iraniani — quelli che da anni si oppongono al regime e operano dalle basi oltre confine — di varcare il confine e impegnare i Pasdaran su un nuovo terreno. L’obiettivo, stando a quanto trapela dai piani discussi, non sarebbe tanto una marcia su Teheran, quanto la creazione di una testa di ponte nel nord-ovest dell’Iran che possa distrarre le forze di Teheran e fungere da zona cuscinetto per eventuali ulteriori operazioni, il tutto con la promessa di una massiccia copertura aerea americana.

Meir Litvak, direttore del Centro studi iraniani dell’Università di Tel Aviv, ha espresso più di una perplessità sulla reale efficacia di una simile mossa, in un’intervista alla RSI e successivamente ai microfoni della WELT. Lo studioso ha sottolineato come la distanza tra le aree curde e il cuore politico dell’Iran sia notevole e come, storicamente, movimenti percepiti come separatisti rischino di saldare la popolazione persiana attorno al regime piuttosto che indebolirlo. Il fatto che i curdi iraniani vengano visti come una potenziale quinta colonna potrebbe ritorcersi contro di loro, alimentando un sentimento nazionalista che, in questo momento, rappresenta una delle poche risorse ancora a disposizione della leadership teocratica. Inoltre, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha ufficialmente smentito accordi concreti, definendo “completamente false” le notizie di un piano già definito, sebbene abbia confermato i contatti avvenuti.

Il Mossad, le minoranze e l’errore di calcolo che allunga il conflitto

Sul terreno dell’intelligence, il ruolo del Mossad emerge come un fattore di pressione costante, capace di infiltrarsi proprio nelle pieghe delle minoranze etniche. Già nel giugno del 2025, Teheran aveva dato il via a una vera e propria caccia alle spie, con circa settecento arresti e tre esecuzioni sommarie, concentrate soprattutto tra curdi e azeri, accusati di collaborare con Israele. Gli agenti israeliani, come rivelato da ex funzionari dei servizi francesi, avrebbero reclutato fonti proprio all’interno delle comunità azere e curde, sfruttando il malcontento e la permeabilità dei confini, e in alcuni casi sarebbero riusciti a penetrare persino nei ranghi dei Guardiani della Rivoluzione. Questa rete di spionaggio, costruita negli anni, ha permesso attacchi mirati e operazioni di sabotaggio che hanno preceduto e accompagnato i raid aerei, creando un clima di paranoia all’interno della gerarchia militare e religiosa.

L’errore di calcolo, secondo gli analisti, potrebbe risiedere nella sopravvalutazione della rapidità con cui il regime avrebbe potuto collassare dopo la decapitazione dei suoi vertici. Al contrario, Litvak ha osservato come l’Iran non sia mai stato un sistema basato su un solo uomo, ma piuttosto un intreccio di istituzioni e centri di potere che hanno dimostrato una resilienza notevole: la nomina dei successori dei generali uccisi entro ventiquattr’ore e la rapida attivazione del consiglio per la successione ne sono la prova più evidente. Il regime, pur ferito e sotto pressione, non mostra segni di disgregazione immediata e la sua capacità di reagire, colpendo obiettivi americani nel Golfo senza però oltrepassare la linea rossa degli impianti petroliferi per non coinvolgere i paesi arabi, indica una strategia di sopravvivenza a lungo termine. La battaglia, quindi, lungi dall’essere risolta, sembra destinata a prolungarsi, con il fronte curdo che potrebbe trasformarsi in una variabile decisiva, ma anche in una scommessa ad altissimo rischio per chiunque decida di giocarla fino in fondo.

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