Tehrangeles, la diaspora tra euforia e angoscia per l’accordo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Westwood Boulevard, all’ombra dei grattacieli di Los Angeles, un’insegna in caratteri persiani promette bastani (quel gelato allo zafferano e pistacchi che, come a Teheran, qui si mangia tra due cialde sottili) mentre nei caffè della “Persian Square” gli sguardi dei clienti convergono sui televisori. La notizia della firma digitale dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, arrivata nella notte, ha scosso quella che è la più grande comunità iraniana al mondo, un esilio di circa 780mila anime concentrate nella contea di Los Angeles.

Se da un lato l’intesa porta con sé la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz e la sospensione delle ostilità, dall’altro lascia sul terreno una scia di sentimenti contrastanti, dove l’attesa per un possibile cambio di regime si scontra quotidianamente con la rassegnazione per una guerra che ha devastato il Paese d’origine senza però rimuoverne i guardiani della teocrazia.

La speranza tradita delle bombe

Le reazioni nella cosiddetta “Tehrangeles” – un soprannome che perfino Google Maps ha reso ufficiale nel 2012 – raccontano meglio di qualsiasi analisi geopolitica il prezzo psicologico pagato da questa diaspora. Nei primi giorni dell’offensiva militare, ricordano molti esuli tra cui il panettiere Farshad Mirza, le strade di Westwood videro scene di giubilo inaspettate: qualcuno stappava champagne in pieno giorno mentre un aereo trascinava uno striscione con su scritto «Thank You Trump».

«La nostra speranza era la caduta del regime», ammette un imprenditore locale che preferisce mantenere l’anonimato, «ma dopo quarantasette anni di repressione quella gioia iniziale è stata rapidamente rimpiazzata dall’angoscia». L’euforia lasciò presto il posto a una sensazione più sporca e complessa: quella di assistere a una giustizia “avvelenata”, sottratta – come dice una giovane di nome Shahrzad – alla volontà popolare e delegata a due eserciti stranieri.

Le contraddizioni di un popolo in esilio

Non si tratta, neppure per sbaglio, di una comunità monolitica. A Los Angeles convivono gli esuli della rivoluzione del 1979 accanto a quelli della guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, e più recentemente giovani fuggiti dopo le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molti di loro, come Ali – un quarantenne nato negli Stati Uniti da genitori iraniani – provano una rabbia viscerale verso la Repubblica islamica (che gli ha ucciso un amico d’infanzia), ma quella stessa rabbia si rivolta oggi contro chi ha devastato fisicamente il Paese che amano.

«Che cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti con questa guerra?», si chiede Ali guardando le immagini degli edifici sventrati in TV. È il paradosso di Tehrangeles: un luogo dove si benedice la pressione internazionale per indebolire i pasdaran, ma dove il rumore delle bombe fa terra bruciata attorno a qualsiasi progetto di liberazione nazionale autoctona.

Il nodo dell’accordo e le voci dei media

Sullo sfondo di questi umori popolari si staglia la freddezza dell’intesa firmata digitalmente da Donald Trump, dal vice JD Vance e dal presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf. Un memorandum di una pagina e mezza che, secondo le ricostruzioni della stampa americana, fotografa una sostanziale “marcia indietro” di Washington rispetto agli obiettivi iniziali, tanto che testate come il Wall Street Journal e il New York Times parlano senza mezzi termini di una sconfitta per l’amministrazione statunitense.

Mentre il presidente Trump cerca di rassicurare i mercati annunciando lo “stretto parzialmente aperto” e una cerimonia formale a Ginevra per venerdì, gli analisti notano come la Casa Bianca sia costretta a trattare da una posizione di indebolimento, dovendo gestire un cessate il fuoco che molti repubblicani, e persino gli alleati israeliani, giudicano frettoloso e poco chiaro.

E mentre i dettagli sui presunti 300 miliardi di dollari di aiuti o sulla rinuncia definitiva all’atomica restano avvolti nella nebbia della propaganda, in via Westwood Boulevard il gelato allo zafferano continua a essere servito tra due cialde, in attesa di capire se il futuro sarà fatto di ritorno a casa o di un esilio ancora più lungo e doloroso.

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