Petrolio e mercati in fibrillazione, le tensioni a Hormuz fanno volare il greggio
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Redazione Economia
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Si è aperta una settimana densa di nervosismo sui mercati finanziari, con lo sguardo degli operatori incollato alle quotazioni del greggio dopo le nuove ostilità scoppiate nello Stretto di Hormuz, una delle vie d'acqua più strategiche per il commercio mondiale dell'energia. L'attacco degli Stati Uniti contro l'isola iraniana di Larak ha infatti rotto quella che sembrava essere una tregua durata poco più di un mese, dal 29 luglio scorso, scatenando una immediata rappresaglia da parte di Teheran, che ha colpito obiettivi statunitensi in Giordania.
Un'escalation che ha riacceso la miccia dei prezzi del petrolio, con il Brent a novembre che ha superato la soglia psicologica dei 90 dollari al barile e il Wti per i contratti di ottobre salito oltre gli 85 dollari, facendo segnare entrambi un incremento di quasi il 3% nel giro di poche ore; e non si tratta di un movimento isolato, perché nelle prime ore di contrattazione le agenzie internazionali avevano già rilevato rialzi ancora più marcati, con il Brent a +2,8% e il Wti a +2,7%, a testimonianza di quanto il mercato resti estremamente reattivo a ogni scossone in quella stretta lingua di
Mare tra Iran e penisola arabica, dove transita una fetta consistente del greggio mondiale.
Lo scatto del greggio e il traino sui listini europei
L'impennata del costo del barile si è naturalmente riverberata con grande evidenza sulle borse del Vecchio Continente, dove i titoli del settore petrolifero hanno preso il volo; a Piazza Affari, in particolare, hanno brillato Tenaris, Eni e Saipem, mentre a Parigi è stata TotalEnergies a farsi notare e a Madrid la spagnola Repsol si è messa in mostra come miglior titolo del comparto, trainando l'intero indice Ibex.
Gli investitori hanno infatti scommesso su un margine operativo destinato a espandersi per le aziende dell'energia, in un contesto in cui il prezzo del greggio è tornato a mostrare tutta la sua volatilità; il Brent, dopo aver toccato un picco intraday vicino ai 91 dollari, ha consolidato la posizione a 90,7 dollari, con un incremento dell'1,5% che ha confermato la forza del trend rialzista, mentre il Wti ha guadagnato il 2,84%, attestandosi a 85,77 dollari, valori che non si vedevano da diverse settimane e che hanno riacceso l'interesse per le cosiddette commodity legate all'energia.
Il gas corre e la Fed incombe
Non è solo il petrolio, però, a tenere banco sui mercati: il gas naturale ha ripreso a correre, con il TTF di Amsterdam che è balzato oltre i 69 euro al megawattora, un segnale che le preoccupazioni per l'approvvigionamento energetico non accennano a diminuire, anzi si sono rafforzate alla luce delle nuove frizioni geopolitiche che coinvolgono direttamente l'Iran, uno dei protagonisti del tabellone energetico mondiale.
E come se non bastasse, a complicare ulteriormente il quadro macroeconomico si aggiungono le dichiarazioni del presidente della Federal Reserve, il quale ha riaperto la porta a un possibile nuovo aumento dei tassi di interesse già a partire dal mese di settembre; parole che hanno gettato un'ombra di incertezza sugli asset più rischiosi, proprio mentre i listini asiatici mostravano andamenti contrastanti e quelli europei tentavano di assorbire il doppio choc rappresentato dal caro energia e dalle prospettive di una politica monetaria ancora restrittiva da parte della banca centrale
Statunitense, con gli operatori che si trovano così a dover fare i conti con una inflazione che potrebbe rivelarsi più ostinata del previsto.
Un quadro complesso tra geopolitica e banche centrali
La combinazione di questi fattori ha generato una sessione molto movimentata, con gli investitori che hanno dovuto destreggiarsi tra la corsa del petrolio, alimentata dalle notizie preoccupanti in arrivo dal Medio Oriente e dagli scontri armati nello Stretto di Hormuz, e le preoccupazioni per un costo del denaro destinato a rimanere elevato ancora a lungo, due elementi che tradizionalmente viaggiano su binari opposti ma che in questa fase sembrano convivere, creando un habitat ideale per la volatilità; basti pensare che i nuovi attacchi tra Stati Uniti e Iran, dopo quella pausa che era durata
Dal 29 luglio, hanno di fatto cancellato le speranze di una rapida distensione, mentre le parole del numero uno della Fed hanno rinsaldato la convinzione che il contrasto all'inflazione sia ancora l'obiettivo primario, anche a costo di sacrificare parte della crescita economica.
Alla luce di questo scenario, i titoli petroliferi hanno offerto un rifugio temporaneo agli investitori in cerca di rendimento, sfruttando l'incremento dei prezzi delle materie prime, ma l'intero comparto azionario resta esposto a venti contrari, con i listini che faticano a trovare una direzione univoca e gli analisti che scrutano con attenzione l'evoluzione delle ostilità nello Stretto, consapevoli che qualsiasi nuovo episodio bellico potrebbe mandare il greggio verso quota 100 dollari, con conseguenze a cascata su inflazione, tassi e crescita globale.
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