Blocco al Brennero e sabotaggio notturno: la carica dei cinquemila e l'incubo dei pendolari
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Redazione Interno
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Non era ancora l’alba quando, nella notte tra venerdì e sabato, un incendio doloso ha avvolto due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria compresa tra Peri e Dolcè, un tratto che, per chi conosce la geografia delle infrastrutture critiche, rappresenta il polmone metallico del corridoio Nord-Sud.
L’atto vandalico, che la Digos di Verona sta vagliando con attenzione seguendo la pista che porta agli ambienti dell’ambientalismo radicale o alle frange anarco-insurrezionaliste, ha paralizzato di fatto la circolazione dei treni sulla direttrice Brennero-Verona Porta Nuova, trasformando quella che doveva essere una valvola di sfogo (visto l’imminente blocco delle auto) in una trappola per migliaia di pendolari e viaggiatori.
I liquidi infiammabili e un accendino trovati vicino ai resti delle cabine elettriche hanno fornito ai rilievi della scientifica le prime conferme sulla natura intenzionale del gesto, anche se al momento non è ancora emersa alcuna formale rivendicazione.
La marea umana che ha invaso l’asfalto
Mentre i roghi spegnevano i sogni di mobilità su rotaia, sul versante austriaco la protesta annunciata prendeva forma con una precisione quasi maniacale. Alla stazione di Matrei, la folla in arrivo col treno dal Brennero si è unita ad altre colonne umane, confluendo pacificamente ma in modo inarrestabile verso il punto nevralgico della manifestazione.
Subito dopo il casello di Matrei, le quattro corsie dell’autostrada più congestionata dell’arco alpino hanno dovuto inchinarsi per un giorno non al passaggio dei grandi TIR, ma a una marea eterogenea composta da attivisti, famiglie, ciclisti; c’era perfino una coppia che ballava il tango sull’asfalto rovente, mentre bambini, ignari della complessità geopolitica del valico, si dedicavano con gessi colorati a disegnare sull’asfalto.
Erano più di tremila, secondo le stime più prudenti, o forse quattromila e cinquecento a voler superare fisicamente i semplici jersey di cemento, per occupare quello spazio che, citando i cartelli esposti, «l’Ue, il transito e il profitto stanno distruggendo».
Il paradosso del ponte e l’effetto della comunicazione
L’estate non è ancora ufficialmente partita, se non per le alte temperature che già stringono la pianura, ma il primo grande test dell’esodo caldo è arrivato puntuale con il ponte del 2 giugno, una data che secondo le stime di Anas avrebbe dovuto vedere 45 milioni di spostamenti riversarsi sulle strade, con una preferenza marcata per i litorali.
Tuttavia, contrariamente alle previsioni apocalittiche che paventavano un “giorno nero” fatto di code infinite e motori spenti sotto il sole, il blocco autostradale al Brennero ha prodotto un paradosso: il sistema ha retto quasi meglio del previsto, a patto di non aver bisogno del treno.
La polizia stradale e la protezione civile, con una campagna mediatica capillare, erano riuscite a dirottare gran parte del traffico pesante e dei vacanzieri più ligi su percorsi alternativi o su fasce orarie diverse, lasciando l’A22 insolitamente deserta ai pochi residenti e agli attivisti.
Se il sabotaggio notturno non fosse intervenuto, forse la giornata sarebbe stata ricordata solo per la coreografia umana lungo la Wipptal; invece, lo stop ai convogli ha gettato un’ombra lunga sulla mobilità alternativa, rivelando la fragilità di un sistema che, quando viene colpito in un punto cieco della sua infrastruttura, cede sotto il peso delle contraddizioni.
Una protesta che viene da lontano
A sbarrare il passo, fino alle 19 di sabato, non sono stati solo i blocchi di cemento posizionati dalle forze dell’ordine austriache, ma i corpi stessi degli abitanti della Valle Wipptal, una comunità - seppur il termine sia qui usato con la dovuta cautela - che da anni convive con il polverone sollevato dai 2,5 milioni di Tir che ogni anno attraversano il loro salotto di casa.
Il sindaco di Gries am Brenner, promotore della contestazione, ha ricordato a chiunque volesse ascoltare che il traffico in costante aumento ha smesso di essere un semplice disagio per trasformarsi in un’emergenza sanitaria, un dato certificato non solo dalle tabelle di passaggio (14,4 milioni di veicoli all’anno), ma dalla qualità dell’aria che respirano i bambini che disegnavano sull’asfalto.
La manifestazione, autorizzata nonostante il timore di un collasso viario, ha dimostrato come il diritto di provocare sia, a volte, l’unica arma rimasta nelle mani di chi si sente soffocato dal transito, e mentre il governatore del Tirolo ringraziava i cittadini per il comportamento responsabile, dall’Italia arrivavano le bordate della politica, con il presidente della Provincia di Trento che osservava, quasi incredulo, immagini autostradali che ricordavano i silenzi irreali dei lockdown.




