Stretto di Hormuz, i segreti della trattativa e lo scontro sui missili Usa dopo cinque mesi di guerra
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Redazione Esteri
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Lo Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman attraverso il quale transita una fetta considerevole del petrolio mondiale, è tornato al centro dell'attenzione internazionale per un duplice ordine di motivi. Da un lato, le diplomazie di Stati Uniti e Iran sembrano aver imboccato un corridoio negoziale gestito dall'Oman, con i segretari Scott Bessent e Marco Rubio che hanno lasciato intendere la possibilità di una riapertura del canale commerciale dopo le recenti tensioni.
Dall'altro, un acceso dibattito infiamma Washington riguardo allo stato delle scorte missilistiche americane, consumate, secondo alcune fonti, oltre ogni ragionevole previsione nei cinque mesi di conflitto contro Teheran.
Il ruolo dell'Oman nella mediazione tra Stati Uniti e Iran
La trattativa, che si muove su un filo sottile tra la minaccia e la distensione, vede nel sultanato dell'Oman un attore decisivo, un mediatore storico che già in passato ha offerto i propri territori e la propria discrezione per agevolare il dialogo tra Washington e Teheran. Mentre il presidente Donald Trump aveva prospettato a Teheran quella che molti analisti hanno definito un'ultima chance per evitare conseguenze devastanti, i segnali provenienti dalla diplomazia americana sono apparsi più sfumati e aperti a un possibile ripensamento.
Il canale negoziale aperto con l'Oman ha consentito di verificare la tenuta delle posizioni reciproche, e le dichiarazioni di Bessent e Rubio, seppur caute, hanno alimentato le speranze di una riapertura dello Stretto al traffico commerciale, un elemento vitale per l'economia globale e per la stabilità dell'intera regione del Golfo.
Il consumo critico dei missili ATACMS e PrSM nella guerra contro l'Iran
Sul fronte militare, il quadro che emerge dalle inchieste giornalistiche statunitensi è di una logorante usura delle capacità belliche americane. Secondo un report di Reuters, che cita fonti interne all'amministrazione, l'esercito americano avrebbe bruciato gran parte delle proprie riserve di missili a lungo raggio di precisione, in particolare i sistemi ATACMS e i più recenti PrSM, riducendo al minimo le scorte disponibili.
La circostanza, se confermata, solleverebbe non poche preoccupazioni tra i vertici del Pentagono, non tanto per l'immediato proseguimento del conflitto in corso, quanto per la capacità di deterrenza complessiva degli Stati Uniti nei confronti di avversari ben più coriacei come Russia e Cina. La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere, con una secca smentita che ha ribadito la superiorità americana in termini di arsenali e munizioni, definendo le ricostruzioni allarmistiche come prive di fondamento.
Le smentite del Pentagono e l'accusa di manipolazione dei dati sulle vittime
Il tema delle scorte missilistiche si intreccia inevitabilmente con quello dei costi umani del conflitto, un capitolo doloroso che ha visto contrapposte ricostruzioni molto distanti tra loro. La CNN, riprendendo voci di corridoio, ha parlato di un utilizzo massiccio dei sistemi antiaerei Thaad, con una percentuale che avrebbe superato l'80% delle riserve, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha bollato il tutto come una campagna di disinformazione.
A complicare ulteriormente il quadro, un'inchiesta del sito The Intercept ha sollevato un'accusa gravissima, sostenendo che il Pentagono avrebbe adottato nuovi criteri statistici per conteggiare le perdite tra i militari americani, criteri che, nelle parole di un funzionario governativo, sarebbero stati deliberatamente progettati per oscurare il numero reale di caduti e feriti.
L'articolo del sito investigativo, specializzato in Intelligence e Difesa, punta il dito contro il Defense Casualty Analysis System, il sistema ufficiale che fornisce al Congresso e al presidente i dati aggiornati sui militari deceduti o lesionati, accusandolo di manipolare le cifre per ridimensionare l'impatto psicologico e politico della guerra.
Lo scontro politico interno sui costi del conflitto e la credibilità delle fonti
Il Dipartimento della Difesa ha respinto con fermezza le accuse di The Intercept, ribadendo la trasparenza e l'accuratezza delle proprie procedure, eppure il dibattito pubblico negli Stati Uniti si è acceso in modo virulento, alimentato dalla contrapposizione tra i media tradizionali e le testate investigative.
Se da un lato la Casa Bianca si sforza di mostrare un fronte compatto e una capacità di fuoco ancora intatta, dall'altro le rivelazioni su un possibile esaurimento di munizioni cruciali come i missili da crociera e i sistemi di difesa aerea gettano un'ombra lunga sulla pianificazione strategica a medio termine.
La gestione della crisi nello Stretto di Hormuz, dunque, non è solo una questione di equilibri navali o di pressione diplomatica sull'Iran, ma diventa il banco di prova per la sostenibilità logistica e umana di un impegno bellico che sta mettendo a dura prova le riserve americane, alimentando al contempo un aspro scontro tra l'esecutivo e una parte dell'informazione indipendente che mette in dubbio la versione ufficiale dei fatti.
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