Clima, il rapporto Copernicus certifica il 2025 come l’anno della svolta: il 95% dell’Europa sopra la media, -31% di neve e un milione di ettari bruciati
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Redazione Esteri
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C’è un’Europa che arde, letteralmente, e un’altra che arretra sotto il peso di ghiacci che si sfaldano e di un caldo che non molla la presa nemmeno oltre il Circolo Polare Artico. È questo il quadro impietoso tracciato dal European State of the Climate 2025, l’ultimo rapporto del programma Copernicus realizzato in collaborazione con il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine e l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). I numeri, del resto, parlano da soli e descrivono un continente – il più caldo del pianeta in termini di deriva termica – che marcia a un ritmo doppio rispetto alla media globale, incassando un incremento delle temperature che, per l’intero anno, ha interessato almeno il 95% del territorio. Non si tratta, quindi, di un’estate particolarmente rovente o di un inverno anomalo, ma di una condizione strutturale che vomita statistiche da record su ogni fronte, da quello atmosferico a quello degli abissi marini.
L’anomalia termica che riscrive la mappa del continente
Se si guarda la cartina geografica delle isoterme, il vecchio continente appare come una distesa uniformemente rossa. La notizia, in questo caso, non riguarda solo il consueto assalto del caldo afoso sulle città del Mediterraneo – dove la Turchia, tra l’altro, ha registrato per la prima volta una temperatura di 50°C – ma la propagazione di questa bolla rovente verso latitudini che, fino a qualche anno fa, sembravano immuni. Basti pensare a quanto accaduto in Fennoscandia, la regione che abbraccia le parti settentrionali di Norvegia, Svezia e Finlandia: qui, la scorsa estate, un’ondata di calore della durata di tre settimane consecutive ha portato il termometro a superare abbondantemente i 30°C addirittura dentro il Circolo Polare Artico, picchi che hanno letteralmente annullato il concetto di “estate polare” che conoscevamo. Un dato, quest’ultimo, che la dice lunga sulla rapidità con cui gli equilibri stanno saltando, mentre le città del sud Europa si preparavano a convivere con stress termici “forti” per quasi 50 giorni in più rispetto alla media storica.
Ghiacciai in agonia e un inverno senza neve: il ciclo dell’acqua si interrompe
Le conseguenze di questo rialzo termico non si esauriscono certo con il disagio umano; anzi, è nei serbatoi naturali del continente che si registrano i danni più irreversibili. La criosfera europea, ovvero l’insieme delle superfici ghiacciate, ha subito un contraccolpo violentissimo. La copertura nevosa, misurata a marzo del 2025, ha fatto registrare un deficit del 31% rispetto alla media, una voragine che rappresenta la terza riduzione più ampia dal 1983. E se la neve è il termometro immediato, i ghiacciai ne sono la cartina di tornasole definitiva: tutte le regioni montuose e glaciali hanno evidenziato una perdita netta di massa, con l’Islanda che ha segnato il secondo scioglimento più vasto della sua storia. Per capire la portata del fenomeno, basta spostare lo sguardo sulla Groenlandia, dove la calotta ha perso 139 miliardi di tonnellate di ghiaccio in un solo anno; un’emorragia di acqua dolce che, tradotta in termini pratici, equivale a svuotare ogni ora cento piscine olimpiche e che ha contribuito da sola ad alzare il livello globale dei mari di 0,4 millimetri.
Incendi fuori controllo e il declino silenzioso della Posidonia
Il caldo, però, è anche l’innesco perfetto per la furia del fuoco. Il 2025 è stato l’anno peggiore mai registrato per gli incendi boschivi nell’Unione europea, con una superficie che ha superato il milione di ettari (1.034.550 ettari per la precisione), un’area più grande dell’intera isola di Cipro che è finita letteralmente in fumo. La Penisola Iberica, in particolare, è stata messa in ginocchio ad agosto, contribuendo da sola alla maggior parte di quei roghi che hanno trasformato polmoni verdi in desolate distese di cenere. Ma il collasso non riguarda solo l’ecosistema terrestre: sotto la superficie del mare, i danni sono altrettanto gravi. La temperatura media della superficie marina europea, giunta al suo quarto anno consecutivo di caldo record, ha innescato ondate di calore marine talmente intense da colpire l’86% delle acque. Una condizione che ha massacrato habitat fondamentali come le praterie di *Posidonia oceanica* nel Mediterraneo, la cui estensione, negli ultimi cinquant’anni, è crollata fino al 34%. Senza queste piante, veri e propri polmoni blu del mare, la costa perde il suo scudo naturale contro l’erosione e la biodiversità marina si impoverisce ulteriormente, in un silenzio che è molto più assordante del rumore delle fiamme.




