Frana in Molise, l’Italia divisa in due tra code chilometriche e binari deformati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono le 12 di un martedì che si preannunciava come un normale giorno di rientro dalle vacanze pasquali, quando Daniela, giovane di Manfredonia in attesa di raggiungere Modena per lavoro, vede il suo treno fermarsi bruscamente a Termoli. Quel vagone che doveva riportarla al nord, tra l’affanno della routine e la frenesia dei pendolari, è diventato invece una prigione di acciaio: il suo racconto, così personale e vivido, fa da spartito a una disgrazia collettiva che sta tenendo circa duecento persone in ostaggio nella stazione di Foggia, vittime incolpevoli di una terra che, da oltre un secolo, si muove sotto i piedi. La causa di tutto è il risveglio, improvviso quanto atteso, della frana di Petacciato, nel basso Molise: un gigante dormiente che si è stiracchiato dopo le abbondanti piogge dei giorni scorsi e che ora minaccia di spezzare fisicamente in due il paese, interrompendo quel flusso vitale di merci e persone che percorre quotidianamente la dorsale adriatica.

La morsa del fango su A14 e ferrovia, una paralisi senza fine

Quel che doveva essere un cedimento localizzato si è trasformato in una catastrofe infrastrutturale di proporzioni nazionali. L’autostrada A14, l’asse portante del traffico tra nord e sud, è stata blindata: il tratto tra Poggio Imperiale e Vasto Sud è stato chiuso in via precauzionale, aggiungendosi alla precedente interdizione tra Vasto sud e Termoli. Gli automobilisti, che si immaginavano già a tavola per il pranzo pasquale, si ritrovano invece a fare i conti con cartelli di deviazione obbligatoria e colonne di auto ferme che, in alcuni punti, raggiungono i dieci chilometri di lunghezza. La situazione è resa ancora più drammatica dall’impossibilità di utilizzare la viabilità ordinaria, dato che la Statale 16 è già compromessa da giorni dal crollo del ponte sul Trigno: un effetto domino che ha trasformato l’intera area in una trappola senza vie di fuga, soprattutto per i tir che non possono certo inerpicarsi per le stradine interne dell’entroterra.

Una ferita profonda che richiederà settimane, forse mesi

I tecnici che hanno cominciato a setacciare il terreno non nascondono la gravità della situazione. Parliamo di uno dei fronti franosi più estesi d’Europa, una massa d’argilla e detriti che preme da oltre 110 anni sulla costa molisana, riattivandosi ciclicamente in occasione di forti perturbazioni. La potenza di questo movimento è tale che ha letteralmente deformato l’acciaio: lungo la linea ferroviaria Bari-Pescara, precisamente tra Termoli e Montenero di Bisaccia, i binari si sono piegati, sollevandosi di una decina di centimetri rispetto al loro livello originario. Una deformazione che non lascia spazio a illusioni: non si tratta di riparare un guasto, ma di attendere che il terreno smetta di premere. La Protezione Civile, convocata d’urgenza a Roma, ha già avvertito che la normalità è lontana; chi spera in un ripristino nell’arco di una settimana è fuori strada, perché qui si parla di un’emergenza che potrebbe protrarsi per settimane, se non addirittura mesi.

Un’emergenza nazionale che riscrive le rotte del viaggio

Sotto l’aspetto puramente logistico, l’Italia si è trovata a fare i conti con un’improvvisa riconfigurazione della sua geografia. I treni ad alta velocità, come il Frecciarossa da Milano a Bari o il Lecce-Milano, sono stati costretti a deviazioni epocali, abbandonando la costa adriatica per inerpicarsi verso l’entroterra attraverso Caserta e Roma, con conseguenti cancellazioni delle fermate intermedie a Pescara, Ancona e Rimini. Per i pendolari e per chi viaggiava per passione, l’incubo è fatto di ore di ritardo e di coincidenze perse. Il presidente della Regione Molise ha usato parole pesanti per descrivere la portata del fenomeno, sottolineando come non si tratti di un’emergenza ristretta ai confini regionali, ma di una crisi nazionale che blocca lo spostamento di mezzi e persone. Chi è rimasto bloccato a Foggia, come i duecento passeggeri in attesa, lo sa bene: il ponte di ritorno a casa, per oggi, non passerà certo da qui.

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