Nepal, arresti eccellenti per la strage dei giovani: la commissione chiede il processo per l’ex premier e il ministro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È stato un intervento condotto nelle prime ore di oggi, sabato 28 marzo, quello che ha portato gli agenti della polizia nepalese a varcare la soglia dell’abitazione di Khadga Prasad Sharma Oli, a Gundu, nella zona di Bhaktapur. L’ex primo ministro – già dimessosi dopo il crollo del governo seguito alle sommosse – è stato tratto in arresto insieme a Ramesh Lekhak, che all’epoca dei fatti ricopriva la carica di ministro degli Interni. I due si trovano ora al centro di un’indagine che li vede accusati di omicidio colposo e negligenza criminale, capi d’imputazione pesantissimi legati alla gestione delle manifestazioni di piazza dello scorso settembre. A muovere le mani degli inquirenti è il rapporto della commissione giudiziaria istituita per fare luce su quanto accaduto durante quelle giornate di fuoco, quando il paese fu scosso dalle proteste anticorruzione della cosiddetta Generazione Z.

La documentazione ufficiale prodotta dalla commissione, che ha analizzato minuziosamente la dinamica degli eventi, contiene un passaggio particolarmente grave: secondo gli inquirenti, l’esercito nepalese era stato preventivamente informato – e dunque era a conoscenza – del fatto che la manifestazione convocata per l’8 settembre avrebbe potuto facilmente degenerare in episodi di violenza incontrollata. Nonostante questo campanello d’allarme, le forze di sicurezza intervennero con una durezza che la relazione definisce sproporzionata. Le due giornate di disordini, quelle dell’8 e 9 settembre, si sono concluse con un bilancio tragico e definitivo: settantasette persone persero la vita nel corso della repressione. Un numero di vittime – chiaramente emerso dall’inchiesta – che non solo costrinse l’esecutivo a dimettersi, ma che ha spinto oggi la magistratura a procedere nei confronti di chi, all’epoca, si trovava ai vertici delle decisioni.

La rivolta giovanile, esplosa per chiedere trasparenza e una svolta nella lotta alla corruzione, aveva assunto rapidamente i contorni di una sfida aperta al potere centrale. La commissione giudiziaria, nel suo lavoro di ricostruzione, ha raccomandato formalmente di processare Oli, che oggi ha 74 anni, per non aver impedito la repressione. L’accusa di negligenza, in questo contesto, non si limita a un’omissione generica, ma si fonda sulla mancata adozione delle misure necessarie a evitare che una protesta – la cui potenziale pericolosità era nota all’apparato di sicurezza – potesse trasformarsi in una strage. L’arresto di Lekhak, che all’epoca gestiva il portafoglio degli Interni e quindi la macchina dell’ordine pubblico, rafforza la tesi investigativa secondo cui la catena di comando avrebbe agito con colpevole leggerezza, se non con vera e propria inerzia di fronte ai segnali premonitori di una escalation annunciata.

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