Umberto Eco e l’intelligenza artificiale, dieci anni dopo il veto: «Ne avrebbe parlato come di una stupida, ma utile a capire cosa resta di noi»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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BOLOGNA – Lo aveva chiesto lui, con quella ironia che tanto amava mescolare alla malinconia più profonda: niente convegni, niente celebrazioni ufficiali, per dieci anni interi. Un veto testamentario, il suo – rispettato alla lettera dall’Università di Bologna e dal mondo accademico internazionale – che solo oggi, a distanza di due lustri esatti dalla scomparsa avvenuta il 19 febbraio del 2016, viene finalmente sciolto. Nell’Aula magna di Santa Lucia, gremita di studiosi e di giovani, si è aperto ieri il primo convegno scientifico internazionale intitolato “Ereditare Eco.
L’eredità di Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo”. Un evento che riunisce oltre trecento relatori provenienti da ventisette paesi, a testimonianza di come la sua lezione, lungi dall’essersi sedimentata sotto la polvere degli scaffali, rappresenti ormai un “classico” del pensiero contemporaneo.
La domanda sull’Ai e la provocazione del professore
Tra le questioni che più sollecitano gli eredi del semiologo, ce n’è una che domina il dibattito attuale: cosa avrebbe detto Umberto Eco dell’intelligenza artificiale? A fornire una risposta – che di per sé suona già come una provocazione – è Riccardo Fedriga, professore associato di Storia delle idee all’Alma Mater e suo stretto collaboratore. «Avrebbe detto che è stupida, ovviamente», ha spiegato Fedriga nel corso dei lavori.
Una frase che, pronunciata dall’autore de “Il nome della rosa”, non avrebbe avuto nulla di dispregiativo nei confronti della tecnologia, quanto piuttosto la funzione di un assist che permette di ribaltare la prospettiva. Per Eco, infatti, la “stupidità” dell’Ai – intesa come meccanica assenza di soggettività – non ne decreta l’inutilità, ma al contrario ne evidenzia il valore di specchio: essa ci dice molto, anzi moltissimo, sugli spazi che restano irriducibilmente umani.
Tre memorie a confronto: vegetale, organica, di silicio
Del resto, come ha ricordato Roberto Vecchi – docente dell’ateneo e coordinatore del Centro internazionale di studi umanistici che porta il nome dello scrittore – il mondo digitale non era affatto un terreno ignoto per Eco. Anzi, lo incuriosiva profondamente. «Lui parlava di tre tipi di memoria – ha sottolineato Vecchi – quella vegetale dei libri, quella organica che è la nostra, e quella del silicio, cioè digitale». Un’eredità, quest’ultima, che il professore alessandrino avrebbe senz’altro voluto esplorare con la stessa voracità intellettuale che ha sempre messo in campo.
Tanto che, chiosa ironicamente Vecchi, un piccolo esperimento è già stato condotto: è stato chiesto a ChatGPT di immaginare cosa avrebbe pensato Eco dell’intelligenza artificiale, e la risposta – “molto bene” – sembra aver soddisfatto i presenti. Un paradosso, questo, che non avrebbe certo sgradito a chi amava giocare con i codici e i fraintendimenti.
Il lascito concreto: la biblioteca e il diritto all’oblio accademico
A impreziosire questo ritorno ufficiale alla ribalta, ci sono anche gli aspetti più materiali del lascito ecologico. Per volere della famiglia, la straordinaria biblioteca privata di Eco – che conta oltre quarantamila volumi, molti dei quali rari o antichi – verrà trasferita dalla sua abitazione milanese a uno spazio dedicato all’interno della Biblioteca Universitaria di Bologna. L’inaugurazione è prevista per i primi di luglio, e la catalogazione riprodurrà fedelmente l’ordine che lo studioso aveva scelto per sé: i libri più amati a portata di mano, quelli su temi affini disposti tutt’intorno.
Un modo, questo, per continuare a frequentare la sua mente anche attraverso gli oggetti che l’hanno nutrita. E mentre i riflettori tornano ad accendersi su di lui – a dieci anni di distanza dalla maratona mondiale “Eco Eco Eco” che aveva rotto il silenzio lo scorso febbraio – resta intatta la lezione di fondo: la cultura, per essere viva, ha talvolta bisogno di saper aspettare, di lasciare che sia il tempo a fare da filtro tra l’urgenza della cronaca e la profondità del pensiero.




