Il decennio di silenzio è compiuto, la biblioteca di Eco parla al presente
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Scrivere di Umberto Eco, anche a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta il 19 febbraio del 2016, significa ancora fare i conti con un sistema di pensiero così stratificato da apparire inesauribile. E se l’uomo, quel semiologo funambolico capace di passare con disinvoltura da Sean Connery, con cui parlò solo di calcio per due ore in una roulotte, a un trattato di estetica medievale, non c’è più, resta la sua dimora mentale. Resta, soprattutto, quella biblioteca personale di oltre cinquantamila volumi moderni e milleduecento antichi che era per lui la "memoria del mondo", una collezione che non era semplice accumulo ma strumento di lavoro e, insieme, metafora vivente della conoscenza. È proprio da lì, da quegli scaffali che coprivano le pareti della sua casa milanese, che prende le mosse il documentario Umberto Eco – La biblioteca del mondo di Davide Ferrario, in onda su Sky Arte venerdì 20 febbraio in prima visione, a ridosso del decennale. La pellicola, nata come videoinstallazione per il Padiglione Italia curato da Vincenzo Trione alla Biennale d’Arte di Venezia nel lontano 2015, ha un antefatto preciso: fu quello stesso incontro tra il regista e il professore a dare vita alle prime, folgoranti immagini di Eco che cammina spedito tra i suoi libri, immagini che poi fecero il giro del mondo al momento della sua morte, quasi a voler cristallizzare l’essenza di un’intera esistenza spesa a decifrare segni.
La materia viva della memoria tra Bologna e il piccolo schermo
Ora che il decennio di silenzio voluto dallo stesso Eco, un lasso di tempo che lui aveva chiesto espressamente per permettere al pensiero di "sedimentare" senza l’enfasi delle celebrazioni postume, si è concluso, l’Alma Mater Studiorum di Bologna, l’ateneo in cui ha insegnato per decenni, si prepara a ragionare del suo lascito. Ma il documentario di Ferrario anticipa questa riflessione con uno sguardo intimo e per nulla accademico, raccontando la biblioteca come chiave di volta per comprendere le sue idee. Non si tratta, però, di un freddo catalogo di volumi rari: la narrazione si anima attraverso i racconti inediti dei familiari, della moglie Renate e dei figli Carlotta e Stefano, che svelano criteri di ordinamento noti solo allo scrittore, e persino con l’aneddoto del nipote che, chiedendo scusa alla professoressa, confessa come il nonno gli scrivesse le verifiche scolastiche, ottenendo sempre il massimo tranne che in quella lasciata a lui, regolarmente insufficiente. Emerge così il profilo di un intellettuale la cui profondità culturale, capace di dialogare con i classici e con i padri della chiesa come Tommaso d'Aquino, si intrecciava costantemente con le amenità del pop, con un’ironia sottile e un rigore critico che non faceva mai sconti.
Un archivio privato diventato patrimonio pubblico
La pellicola, che mescola materiali d’archivio e interventi di attori che prestano la voce ai testi di Eco, assume anche il valore di una testimonianza storica, quasi archeologica. Quella biblioteca, infatti, non esiste più come luogo fisico unitario: per volontà della famiglia, i volumi antichi sono stati donati alla Biblioteca Braidense di Milano, mentre quelli moderni sono confluiti nell’Università di Bologna, garantendo così la sopravvivenza e la fruibilità di un patrimonio che altrimenti sarebbe rimasto chiuso. Il film, girato quando quello spazio era ancora intatto, segue il filo rosso dei libri eccentrici, delle postille e delle dediche, e si espande poi in un giro del mondo attraverso le biblioteche più affascinanti, da San Gallo a Tianjin, perché l’idea di fondo, quella a cui Eco teneva di più, era che la biblioteca personale fosse solo un nodo di una rete molto più vasta. Lo stesso Ferrario, intervistato in queste ore, ha spiegato che il documentario vuole essere una riflessione sull’idea stessa di biblioteca come memoria del mondo, un concetto che Eco difendeva con forza, rivendicando l’insostituibilità sentimentale del libro anche in un’epoca, quella di internet, che secondo lui rischiava di offrire tutto senza fornire gli strumenti per filtrare. La sua voce, in alcune registrazioni, torna a mettere in guardia dal rumore di fondo: “Dio non è mai nei mass media, non è in tv”, citando il Primo libro dei Re, “Dio si palesa solo nel silenzio, e questo vale anche per chi non crede ma cerca una verità”. E in quel silenzio, dopo dieci anni, riprendono finalmente a parlare i suoi libri.




