Le rallye delle borse scommette sulla pace imminente in Iran, ma il nodo di Hormuz resta in bilico
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Redazione Economia
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Milano archivia la seduta con un progresso del 3,17% per il Ftse Mib, il terzo consecutivo, che spinge l’indice a quota 45.714 punti; un risultato, questo, che porta il guadagno da inizio anno all’1,71% e che posiziona Piazza Affari leggermente davanti all’indice paneuropeo Eurostoxx 50, fermo a un +3,05%. Un’ondata rialzista, quella osservata sui listini del Vecchio Continente, che traeva linfa già dalla serata precedente negli Stati Uniti, dove il Nasdaq aveva messo a segno un balzo del 3,8%.
L’ottimismo degli investitori e le dichiarazioni della Casa Bianca
A muovere le leve del mercato è stata la narrazione di una possibile, e forse imminente, de-escalation tra Stati Uniti e Iran. Le parole del presidente americano Donald Trump, che ha ventilato l’ipotesi di un cessate il fuoco collegandolo direttamente alla riapertura dello Stretto di Hormuz – snodo nevralgico per i flussi petroliferi globali – hanno agito da catalizzatore per gli acquisti. Una narrazione, quella della pace in vista, che ha trovato terreno fertile negli investitori, pronti a scommettere su una rapida risoluzione del conflitto nonostante la complessità del quadro geopolitico.
Se da un lato i mercati azionari festeggiavano, dall’altro il comparto energetico subiva il contraccolpo delle attese: il petrolio Brent è sceso sotto la soglia dei 102 dollari al barile, mentre il gas naturale ha registrato una flessione del 6%, attestandosi a 47,6 euro al megawattora. Una reazione, quest’ultima, che riflette la scommessa degli operatori su una rapida riapertura delle vie di comunicazione marittime nel Golfo Persico, nonostante le persistenti dichiarazioni delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, le quali ribadiscono il controllo sullo Stretto e la sua chiusura ai “nemici”.
La dinamica dei listini: il caso Leonardo e il crollo degli energetici
All’interno del listino milanese, la seduta ha delineato nette separazioni tra settori. In cima alle classifiche dei guadagni spicca Leonardo, con un balzo del 7,93%. Un incremento che, apparentemente paradossale in un contesto di distensione, trova spiegazione nella struttura stessa dell’azienda e nei precedenti ordini internazionali legati alla percezione di una spesa militare strutturalmente elevata. Sul fronte opposto, le società energetiche hanno pagato il prezzo più alto all’ottimismo generale: Eni ha ceduto il 4,73% e Tenaris il 2,2%, scontando l’immediato calo delle materie prime.
Lo scenario energetico e il riallineamento dei differenziali sovrani
La discesa del greggio e del gas, sebbene interpretata come un segnale di distensione, cela ancora elementi di fragilità strutturale. La possibilità che la riapertura dello Stretto di Hormuz richieda tempi più lunghi delle dichiarazioni ufficiali resta un rischio concreto per i flussi energetici, con il mercato che continua a monitorare gli sviluppi diplomatici e le effettive condizioni poste da Teheran per un cessate il fuoco duraturo. Nonostante ciò, il miglioramento del sentiment si è riflesso anche sul mercato obbligazionario: lo spread tra Btp e Bund ha subito una riduzione, attestandosi a 85 punti base con il rendimento del decennale italiano in calo al 3,85%. Un movimento, questo, che segnala una riduzione della percezione del rischio sovrano nell’area euro in concomitanza con l’allentamento delle tensioni geopolitiche.




