Il nodo dei buoni pasto, tra sentenze, carovita e trattative bloccate
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Redazione Economia
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L’aumento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici a dieci euro, stabilito dalla Legge di Bilancio 2026, non rappresenta affatto un punto d’arrivo, ma piuttosto l’inizio di una partita complessa. La norma, da sola, non garantisce infatti l’adeguamento automatico del beneficio per milioni di lavoratori, specialmente nel pubblico impiego dove le condizioni sono fissate dai contratti collettivi nazionali. Un divario, quello tra la nuova possibilità fiscale e la realtà contrattuale, che alimenta rivendicazioni e accende riflessioni sulla disparità di trattamento tra categorie, in un quadro economico reso difficile dall’inflazione che ha colpito i generi alimentari.
La disparità nel mondo della scuola
È proprio su una di queste disparità che pone l’accento l’avvocato Fernando Nucifero, dirigente lametino dell’UDC, sollecitando un intervento governativo per allineare la condizione del personale scolastico a quella degli altri dipendenti pubblici. Nucifero, richiamandosi espressamente alla recente sentenza della Cassazione n. 25525 del 2025 che rafforza il diritto alla pausa e al ristoro oltre le sei ore di lavoro, definisce la mancanza del benefit “una disparità di trattamento non più giustificabile”. La sua argomentazione, che insiste sul ruolo essenziale degli insegnanti per la crescita culturale, sposta quindi la questione dal piano meramente economico a quello del riconoscimento di un diritto, ponendo la sentenza come un nuovo e solido fondamento giuridico per superare uno storico gap contrattuale.
La pressione dell'inflazione sui vigili del fuoco
Se per gli insegnanti il problema è spesso l’assenza del beneficio, per altre categorie è l’importo, ormai eroso dal carovita, a essere diventato insostenibile. La UIL dei Vigili del Fuoco ha lanciato un allarme chiaro, sottolineando come l’aumento del 24,9% dei prezzi alimentari dal 2021 renda il buono pasto da sette euro – valore fermo dal 2012 – del tutto inadeguato a garantire un pasto dignitoso. La richiesta di portare l’importo a dieci euro non nasce quindi da una semplice aspirazione, ma da una necessità concreta legata alla “specificità del ”, dove le condizioni di salute e sicurezza operativa passano anche attraverso un’alimentazione corretta. Una richiesta che, stando a una nota ufficiale di fine gennaio 2026, è già stata formalmente indirizzata al governo, puntando a un adeguamento che tenga conto della perdita di potere d’acquisto.
Il divario tra legge e contratti
Quello che emerge con forza è dunque uno scollamento tra l’innovazione legislativa, che alza il tetto del possibile, e la lentezza della contrattazione, che fatica a tradurlo in benefit effettivi. Mariacristina Bertolini, Vice Presidente di una società benefit attiva nel settore, osserva come la risposta delle aziende all’innalzamento della soglia “non sia immediata” e che servirà “tanto lavoro di consapevolezza e informazione”. Nel pubblico impiego, poi, il meccanismo è ancora più articolato, dipendendo dalla rinegoziazione dei contratti collettivi. I buoni pasto per i dipendenti statali, bloccati a sette euro da oltre un decennio, sono diventati il simbolo di una stasi che le organizzazioni sindacali stanno provando a scuotere, come dimostra l’iniziativa dei Vigili del Fuoco. Il rischio, altrimenti, è che la nuova soglia dei dieci euro rimanga un optional per pochi, ampliando le differenze tra chi può beneficiare di un welfare aggiornato e chi invece resta ancorato a valori del passato.




