Vino veronese in calo, le esportazioni rischiano una frenata da 260 milioni
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Redazione Economia
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Il vino veronese rischia un calo del 5% nelle esportazioni globali con una perdita economica stimata in 260 milioni di euro, secondo le stime elaborate da un gruppo di ricercatori dell’Università di Verona. La frenata arriva dopo anni di forte crescita per un settore che ha conquistato un ruolo centrale nell’export italiano: il vino prodotto in Veneto rappresenta infatti il 37% delle esportazioni nazionali. Le difficoltà sui mercati internazionali, insieme alla riduzione dei consumi e alla discesa dei prezzi, stanno mettendo sotto pressione una delle aree più importanti della produzione vitivinicola italiana.
Verona si conferma la prima provincia italiana per valore della produzione e da sola copre una quota del 10% del fatturato all’export del vino italiano. La provincia è tra le più esposte alla fase complessa che sta attraversando il comparto, con effetti che riguardano sia le vendite all’estero sia l’intero indotto economico collegato alla filiera. A Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale del Veneto, ha trovato spazio il Consorzio per la tutela dei Vini Valpolicella, realtà che rappresenta 2.200 aziende veronesi e che oggi esporta in 87 diversi Paesi.
Le difficoltà del vino veronese sui mercati internazionali
La situazione del vino veronese si inserisce in un quadro più ampio di rallentamento del settore italiano, condizionato da consumi in calo, prezzi in discesa e nuove difficoltà negli scambi internazionali. Secondo le indicazioni riportate per il comparto, i numeri del vino italiano non risultano incoraggianti e viene indicata la necessità di rafforzare la promozione nel mondo. L’Italian Trade Agency ha evidenziato l’obiettivo di recuperare terreno negli Stati Uniti attraverso iniziative mirate come Vinitaly.Usa, previsto a New York in ottobre, e di lavorare anche su altri mercati.
Le prospettive sul 2026 restano difficili da definire perché i dazi e il cambio euro-dollaro hanno modificato lo scenario in diversi Paesi, oltre al mercato statunitense. Per affrontare questa fase sono state indicate nuove risorse aggiuntive messe a disposizione dal Governo e la necessità di aumentare le attività promozionali all’estero. Il rallentamento dell’export riguarda quindi un comparto che negli anni precedenti aveva registrato una crescita significativa e che ora deve confrontarsi con condizioni internazionali più complesse.
Le cantine italiane affrontano l’aumento delle giacenze
Alle difficoltà delle esportazioni si aggiunge il problema delle scorte accumulate nelle cantine italiane. L’Unione Italiana Vini ha lanciato l’allarme sulla situazione del settore, collegando l’incremento delle giacenze all’iperproduzione che ha avuto effetti negativi sul mercato. Secondo l’analisi dell’Osservatorio Uiv presentata a Roma, nel mese di maggio 2026 gli stock di vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri.
Il livello delle giacenze raggiunto equivale praticamente a un’intera vendemmia ferma in cantina ed è aumentato del 7,3% rispetto all’anno precedente. Il dato rappresenta il valore più alto dal 2022, anche se in quell’anno l’aumento delle scorte era collegato a un raccolto extra-large. Il quadro delle cantine italiane mostra quindi una fase caratterizzata da maggiore pressione sul mercato interno e internazionale, mentre i produttori devono gestire contemporaneamente l’evoluzione dei consumi e le difficoltà dell’export.




