Gli Stati Uniti autorizzano l'acquisto del petrolio russo fermo in mare: una misura per calmierare i prezzi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La necessità di contenere l'impennata dei prezzi energetici, una corsa iniziata dopo l'escalation del conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, ha spinto l'amministrazione Trump a compiere una mossa che solo poche settimane fa sarebbe apparsa inimmaginabile. Il Dipartimento del Tesoro, per bocca del segretario Scott Bessent, ha concesso un'autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare il petrolio russo attualmente bloccato in mare. Si tratta, come precisato dallo stesso Bessent in un messaggio sui social media, di una misura circoscritta e di breve durata, la quale si applica esclusivamente al greggio già in transito e non intaccherà in maniera significativa i flussi di cassa del Cremlino. Quest'ultimo, è bene ricordarlo, ricava la maggior parte delle proprie entrate energetiche dalle tasse riscosse direttamente nel punto di estrazione, e non dalla vendita del prodotto una volta che ha lasciato i propri terminali.

Questa licenza speciale, che sarà in vigore fino all'11 aprile, rappresenta un'inversione di rotta rispetto alla strategia di massima pressione economica attuata fin dall'invasione dell'Ucraina. L'obiettivo dichiarato è quello di ampliare la portata globale delle forniture esistenti, immettendo sul mercato centinaia di milioni di barili che altrimenti resterebbero inutilizzati a causa delle sanzioni e delle interruzioni logistiche. La decisione, stando alle dichiarazioni ufficiali, non vuole essere un segnale di disgelo verso Mosca, bensì una risposta contingente a una crisi energetica aggravata dalle ostilità in Medio Oriente. Il blocco de facto di importanti rotte marittime, unito agli attacchi a infrastrutture petrolifere e petroliere nel Golfo, ha fatto schizzare le quotazioni del greggio, con il Brent che ha nuovamente superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile.

La tensione in Medio Oriente e l’impatto sui mercati energetici

L'annuncio del Tesoro americano arriva in un contesto di fortissima turbolenza internazionale. La guerra in corso tra Israele e Iran, con il supporto degli Stati Uniti, ha creato una situazione di pericolo costante per la navigazione nello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale. Le forze iraniane hanno minacciato più volte di intensificare le azioni contro le navi nemiche o dei loro alleati, e gli attacchi si sono susseguiti con conseguenze dirette sugli approvvigionamenti. Non a caso, nonostante lo sblocco coordinato di riserve strategiche da parte dei Paesi industrializzati, l'oro nero ha ripreso la sua corsa al rialzo, trascinando con sé le preoccupazioni degli investitori e facendo registrare sedute deboli sulle principali piazze finanziarie.

Proprio mentre Washington cerca di raffreddare i prezzi con questa autorizzazione d'emergenza, dall'Europa arriva una presa di posizione diametralmente opposta. Il commissario all'Economia Valdis Dombrovskis, al termine dell'Ecofin, ha ribadito la necessità di mantenere "la massima pressione" sulla Russia, allontanando qualsiasi ipotesi di un alleggerimento delle sanzioni. Una linea, quella europea, che sembra ignorare le richieste di quei Paesi, fortemente dipendenti dalle importazioni, che vedrebbero nell'acquisto del greggio russo bloccato un modo per attenuare l'impatto della crisi mediorientale. Una discrasia, questa, che evidenzia la difficoltà di coordinare una risposta unitaria alla doppia crisi, energetica e geopolitica.

Il fronte iracheno e l'attacco alla base italiana di Erbil

A complicare ulteriormente il quadro, si inseriscono gli sviluppi del conflitto in Iraq. Un missile, o più probabilmente un drone, ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove sono schierati i nostri soldati nell'ambito della missione internazionale. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha confermato l'attacco, specificando che si è trattato di un'azione mirata contro una struttura della Coalizione. Fortunatamente, il personale italiano è rimasto illeso, essendosi messo al riparo nei bunker al momento dell'impatto, ma l'episodio dimostra quanto il conflitto si stia allargando a macchia d'olio, coinvolgendo direttamente anche i Paesi terzi che hanno basi o interessi nella regione.

L'attacco a Erbil, rivendicato in seguito dalle milizie filo-iraniane, non è che l'ultimo di una serie di eventi bellici che stanno infiammando la regione. Poche ore prima, l'aviazione israeliana aveva colpito il lungomare di Beirut, nel cuore della capitale libanese, causando vittime tra i civili. Un'azione, quest'ultima, che ha portato alla morte di sette persone, mentre un'altra esplosione ha preso di mira l'impianto nucleare di Fordow, in Iran. Una spirale di violenza che rende sempre più concreto il rischio di un conflitto generalizzato, con conseguenze inimmaginabili per le forniture energetiche e la stabilità dell'intero Medio Oriente.

Il nodo degli approvvigionamenti e la reazione dei mercati

In questo clima di incertezza, il petrolio continua a dettare legge sui mercati. Dopo aver superato i cento dollari, il Brent ha subito una leggera flessione, ma si mantiene su livelli che non si vedevano da mesi. Il Wti texano, analogamente, viaggia abbondantemente sopra gli ottantasette dollari al barile, un valore che preoccupa le economie importatrici e che rischia di riaccendere la fiammata inflazionistica. La decisione di Washington di sbloccare il petrolio russo in transito va letta proprio in quest'ottica: non un favore a Mosca, ma un tentativo disperato di arginare una crisi di offerta che rischia di soffocare la ripresa economica globale. Una misura, come detto, temporanea, ma che apre uno spiraglio significativo nel muro delle sanzioni, facendo emergere tutte le contraddizioni di un Occidente diviso tra principi e necessità pratiche.

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