Ex Ilva, lo Stato prepara un salvagente da 50 milioni per Taranto
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Redazione Interno
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All'orizzonte dell'ex stabilimento siderurgico di Taranto, un'ulteriore scadenza incombe, dettando il passo di una partita i cui esiti, a lungo rimandati, non tollerano ulteriori incertezze. Se entro il 30 gennaio 2026 la cessione degli asset al fondo americano Flacks non sarà perfezionata, il governo si appresta a disporre un nuovo intervento finanziario, una sorta di ponte per garantire che, nonostante tutto, la continuità produttiva non venga meno. L'emendamento, presentato dal relatore Salvo Pogliese e ora al vaglio della commissione Industria del Senato, stanzia infatti una somma di 50 milioni di euro, concepita non come un nuovo inizio ma come un argine per evitare un arresto improvviso. Una mossa che, se da un lato testimonia l'impegno a non lasciare indietro il sito, dall'altro delinea con chiarezza i rischi di uno slittamento dell'operazione, in un contesto dove il tempo è diventato una risorsa sempre più scarsa e preziosa.
Un anno cruciale per l'industria nazionale
La vicenda dell'ex Ilva si inserisce in un quadro industriale nazionale che, nel suo complesso, attraversa una fase di profonda transizione, caratterizzata da nodi cruciali che il 2026 è chiamato a sciogliere. Parallelamente alle trattative per Taranto, infatti, anche il futuro di Stellantis in Italia si gioca su scelte strategiche che avranno un impatto diretto sul tessuto produttivo. Se entrambe le situazioni dovessero conoscere sviluppi negativi – con il gruppo che confermasse un ridimensionamento della sua presenza nel paese e con il fallimento dell'acquisizione dell'acciaieria – il numero dei posti di lavoro potenzialmente perduti rischierebbe di superare, e di molto, quello di cui il ministro Urso ha recentemente rivendicato il salvataggio. Una prospettiva che rende ogni mossa governativa, compreso il suddetto emendamento, un tassello in una partita più ampia, il cui esito definirà il volto dell'industria pesante italiana per i prossimi decenni.
L'impasse giudiziaria sull'altoforno sequestrato
Mentre si tenta di sbloccare il futuro proprietario, un'altra battaglia si combatte sul piano giudiziario, riguardante un impianto specifico. L'azienda ha infatti depositato un ricorso al gip Mariano Robertiello, volto a impugnare il nuovo diniego della Procura al dissequestro dell'altoforno 1, bloccato dopo un incendio occorso lo scorso maggio. Le indagini, che hanno portato alla nomina di consulenti tecnici, proseguono, e la magistratura – respingendo per la seconda volta l'istanza dell'azienda, che riteneva concluse le attività istruttorie sull'impianto – ha di fatto mantenuto il fermo, privando la produzione di un elemento fondamentale. Un episodio che, al di là dei meriti tecnici e delle necessarie cautele investigative, aggiunge un ulteriore livello di complessità alla già intricata gestione dello stabilimento, sottolineando come il cammino verso una piena operatività sia ancora costellato di ostacoli sia amministrativi che legali.
La trattativa e la richiesta dei sindacati
In questo scenario, il negoziato con il potenziale acquirente americano prosegue, mentre le parti sociali, consapevoli della posta in gioco, chiedono con insistenza un coinvolgimento diretto dell'esecutivo, arrivando a sollecitare una convocazione a palazzo Chigi. I fondi ora previsti dall'emendamento, sebbene rappresentino una misura di emergenza, servono proprio a creare una rete di sicurezza temporanea, nella speranza che quei colloqui giungano a una conclusione positiva entro la fine di gennaio. Senza quell'accordo, infatti, i 50 milioni fungerebbero da mero palliativo, incapace di risolvere le questioni strutturali che da anni attanagliano il sito. La pressione, dunque, è massima su tutti i fronti: da quello finanziario a quello giudiziario, da quello sindacale a quello della trattativa privata, in un intreccio di cui lo Stato, ormai azionista di riferimento, cerca di tenere le fila, cercando di scongiurare il punto di non ritorno.




