Italia, il pacchetto sicurezza trasforma il dissenso in ordine pubblico

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Quella che sta prendendo forma nel paese, come dimostrano i fatti degli ultimi mesi, è una trasformazione silenziosa ma dai contorni precisi: la criminalizzazione del dissenso, gestito sempre più come una questione di ordine pubblico. Le multe e gli avvisi di garanzia notificati a chi, in piazza, ha denunciato il conflitto a Gaza e le sue conseguenze, costituiscono solo il preludio di una svolta più rigida, che il nuovo pacchetto Sicurezza, in attesa di approvazione, intende sistematizzare in norme permanenti. Si delineano, infatti, strumenti repressivi di ampia portata, come l’istituzione di “zone rosse” senza scadenza nei centri urbani e il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per chiunque sia stato condannato, anche in via non definitiva. Una misura, quest’ultima, che di fatto anticipa gli effetti di una sentenza passata in giudicato, erodendo un principio cardine dello stato di diritto e ampliando in maniera significativa i poteri discrezionali dell’autorità.

Il modello coloniale e la deriva autoritaria

Questa deriva, che alcuni commentatori hanno definito senza mezzi termini come un passo verso la “democratura”, affonda le sue radici in una tendenza storica del potere italiano, spesso propenso a inseguire modelli autoritari esteri, pur di garantirsi stabilità. Non è un caso che, al di là della retorica patriottica, si riscopra una certa vocazione a imitare i capi di turno, come accadde in passato con esiti tragici. L’attuale esecutivo, d’altronde, ha da subito indicato nella sicurezza uno dei suoi capisaldi, una priorità che ora si traduce in un intervento normativo duplice, sia sul piano legislativo che operativo. Il disegno, nella sua interezza, mira a un rafforzamento generale dell’apparato repressivo statale, intervenendo su più fronti con una coerenza che non lascia spazio a dubbi sulle intenzioni.

I cardini della manovra: rimpatri e tutela delle forze dell’ordine

Uno dei pilastri del pacchetto riguarda la gestione dei flussi migratori, con l’obiettivo dichiarato di rendere più rapidi i rimpatri e di limitare drasticamente il raggio d’azione delle organizzazioni non governative impegnate in mare. Si riduce, in parallelo, la discrezionalità dei magistrati nelle procedure di allontanamento, centralizzando il potere decisionale. L’altro cardine, non meno controverso, è la cosiddetta legge “salva agenti”, che introduce una forma di tutela processuale rafforzata per le forze dell’ordine, accompagnata da meccanismi premiali. A completare il quadro, una stretta sul porto di armi bianche e misure di contrasto alla criminalità urbana che prevedono, tra l’altro, l’uso di infiltrati anche all’interno degli istituti di detenzione.

Un paese da incubo tra perquisizioni e fermi

Il risultato complessivo, come evidenziato dalle anticipazioni, configura uno scenario sociale profondamente mutato, dove la libertà di espressione e di riunione viene subordinata a logiche di controllo preventivo. La possibilità di perquisizioni e fermi per chi intende manifestare il proprio dissenso, unita alla creazione di zone interdette alla circolazione e alla protesta senza limiti temporali, disegna i contorni di uno spazio pubblico fortemente militarizzato. Si tratta di norme che, nel loro insieme, sembrano rispondere più all’esigenza di disciplinare il conflitto sociale che non a quella di garantire la sicurezza dei cittadini, producendo un clima di paura e di limitazione delle libertà fondamentali, mentre si adottano misure crudeli verso i migranti e chi tenta di assisterli.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.