Italia, stato di polizia: il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico
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Redazione Interno
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In Italia, mentre la Corte europea dei diritti dell’uomo condanna lo Stato per la morte violenta di Riccardo Magherini, il governo definisce un disegno normativo che amplia, in maniera significativa, i poteri repressivi delle forze dell’ordine. Si tratta del secondo grave attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana dopo quello sferrato, appena lo scorso giugno, con l’approvazione del precedente pacchetto sicurezza. I due nuovi testi, un disegno di legge e un decreto legge, preannunciano l’istituzione di “zone rosse” permanenti e introducono il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per chi sia stato condannato, anche in via non definitiva, rendendo di fatto il dissenso un mero problema di ordine pubblico. Una trasformazione che, del resto, è già percepibile nell’ondata di multe e di avvisi di garanzia notificati a coloro i quali sono scesi in piazza per denunciare il genocidio a Gaza e l’economia di guerra.
Il controsenso giuridico e la "trumpizzazione" dello sbirro
Parallelamente, il provvedimento rende più complesso indagare le forze dell’ordine, le quali si troveranno ad operare con garanzie procedurali ridotte. È un paradosso legislativo che sembra rispondere meno a esigenze di giustizia che a tentativi di fermare la cronaca nera, come dimostrano alcuni casi recenti che vanno dal maresciallo di Rimini al carabiniere condannato per aver sparato a un ladro a Roma, passando per l’inseguimento di Ramy Elgami a Milano e per le morti causate dall’uso dei taser in diverse città. Una tendenza, questa, che alcuni osservatori hanno definito come “trumpizzazione” dello sbirro, in un contesto internazionale dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha spesso esaltato un modello di polizia dura e sostanzialmente impunita.
La norma "salva-Almasri" e l'uso personale della legge
Tra gli articoli delle bozze circolate, spunta inoltre una norma che è stata immediatamente battezzata “salva-Almasri”, con riferimento al caso che coinvolse il questore di Torino durante le manifestazioni del G8. Angelo Bonelli di Avs ha denunciato come si tratti di “un uso personale della legislazione sulla sicurezza per proteggere responsabilità politiche e amministrative”, un meccanismo che, al di là dei singoli episodi, sembra voler togliere dai guai amici e funzionari scomodi. Il decreto Piantedosi, che prende il nome dall’attuale ministro, si configura dunque come uno strumento dai molteplici obiettivi, alcuni dei quali estranei a una declaratoria ufficiale di tutela della collettività.
Una deriva repressiva senza precedenti
Il pacchetto, che dovrebbe approdare sul tavolo del Consiglio dei ministri entro la fine del mese, composto da quaranta articoli nel disegno di legge e venticinque nel decreto legge, delinea una deriva repressiva senza precedenti. Concentrandosi sulle modalità di controllo della piazza e sulla limitazione dei diritti individuali, esso opera una sostanziale equiparazione tra il reato e la condanna non definitiva, tra il manifestante e il sovversivo. Una scelta che, se da un lato risponde a una logica di immediata gestione dell’ordine pubblico, dall’altro rischia di erodere, in modo forse irreversibile, gli spazi di libertà costituzionalmente garantiti, silenziando quelle voci che, attraverso la protesta, chiedono conto alle istituzioni delle loro scelte.




