Italia, stato di polizia. Il nuovo pacchetto Sicurezza trasforma il dissenso in un problema di ordine pubblico
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Redazione Interno
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La capacità di esprimere dissenso, uno dei cardini di qualsiasi sistema democratico degno di questo nome, viene progressivamente ricondotta, nel nostro Paese, a una questione di mero ordine pubblico. È questa, a ben vedere, la cifra più significativa del nuovo decreto Sicurezza, la cui architettura, che combina interventi legislativi e operativi, amplia in modo considerevole i poteri repressivi dello Stato. Le multe elevate e gli avvisi di garanzia notificati a chi, nelle piazze, ha denunciato il genocidio a Gaza e le logiche di un'economia di guerra, rappresentano soltanto il preludio di una stagione più dura, la cui grammatica è già scritta nei provvedimenti all'esame del governo. Un disegno che, come osserva Giuseppe Peciola, va ben oltre i confini della cosiddetta "democratura", configurando un vero e proprio cambio di paradigma nella gestione del conflitto sociale e della protesta.
Le "zone rosse" permanenti e il divieto di partecipazione
Tra gli strumenti più emblematici di questa svolta ci sono l'istituzione di "zone rosse" permanenti nelle città e il divieto di partecipare a pubbliche riunioni per chiunque sia stato condannato, anche in via non definitiva, per reati connessi a manifestazioni o disordini. Si tratta, in sostanza, di un meccanismo che erige barriere fisiche e giuridiche alla libera circolazione delle idee, precludendo spazi di aggregazione e dibattito a coloro che hanno già avuto un contatto, per quanto controverso, con la giustizia. Questo approccio, che punisce preventivamente e limita diritti fondamentali in assenza di una sentenza passata in giudicato, segna una netta discontinuità con i principi garantisti, aprendo la strada a una criminalizzazione della militanza politica e sindacale.
La stretta su migranti, Ong e forze dell'ordine
Parallelamente, il pacchetto mira a una stretta definitiva su altri fronti sensibili, accelerando i rimpatri e limitando ulteriormente le già flebilissime attività delle organizzazioni non governative che operano in mare. Si introduce, inoltre, una norma che molti definiscono "salva agenti", volta a rafforzare la tutela processuale per le forze dell'ordine, e si autorizza l'impiego di infiltrati negli istituti di pena. Una strategia complessiva che, nel suo insieme, disegna un Paese sempre più blindato, dove la risposta alle complessità sociali è affidata a un inasprimento delle pene, a un maggiore controllo del territorio e a un ampliamento dei poteri di intervento delle forze di polizia, mentre si offrono premi agli agenti che si distinguono in questa attività di contrasto.
Un solco storico e il contesto internazionale
Questa deriva autoritaria, che qualcuno non esita a definire da incubo, non nasce dal nulla ma affonda le radici in una certa tradizione politica italiana, caratterizzata da una vocazione a inseguire i modelli dei Paesi trainanti, talvolta con esiti tragici. Senza voler tracciare parallelismi meccanici, è un fatto storico che il fascismo italiano ispirò regimi oltre confine, finendo poi per subirne, a sua volta, l'influenza in una spirale che portò alle leggi razziali. Oggi, in un contesto internazionale mutato, con Donald Trump nuovamente presidente degli Stati Uniti, si assiste a una pericolosa normalizzazione di linguaggi e pratiche illiberali. Il rischio concreto è che l'imitazione del "capo", in un gioco di specchi globali, porti a sacrificare libertà fondamentali sull'altare di una sicurezza declinata in termini puramente securitari, trasformando l'Italia in una sorta di colonia di principi che negano la sua stessa storia costituzionale.




