La cattura di Elia Del Grande, dalla fuga in pedalò all'arresto nella casa della strage
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Redazione Interno
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Si è conclusa con un'operazione congiunta dei carabinieri di Varese e Modena, supportati dal Ros di Milano, la latitanza di Elia Del Grande, l'uomo che, ventisette anni or sono, uccise i genitori e il fratello con diversi colpi di fucile in quella che sarebbe rimasta nella cronaca nera come una delle pagine più cupe del Varesotto. La fuga, durata circa due settimane dopo l'evasione da una casa di lavoro di Castelfranco Emilia, avvenuta approfittando di una cinta perimetrale superata con una corda artigianale, fabbricata con fili elettrici, e di un violento nubifragio notturno, ha visto l'uomo muoversi con notevole conoscenza del territorio tra i comuni di Ternate, Travedona Monate e Cadrezzate. L'individuo, la cui pericolosità sociale era già stata accertata dal sistema giudiziario, sfruttava la fitta vegetazione che circonda il lago, un elemento paesaggistico che offriva sia nascondigli sia una potenziale via di fuga, come dimostra il suo tentativo di raggiungere la Svizzera utilizzando un pedalò.
Il percorso giudiziario e la misura di sicurezza
Condannato in via definitiva a trent'anni di reclusione per il triplice omicidio, Del Grande non stava scontando la pena ordinaria ma era stato assegnato a una misura di sicurezza detta "esecuzione in Colonia agricola o Casa di Lavoro". Questa istituzione, la cui durata minima per legge è stabilita in un anno, rappresenta uno strumento volto al reinserimento sociale attraverso il lavoro, applicato a soggetti ritenuti colpevoli ma per i quali si persegue un fine rieducativo. L'assegnazione alla struttura di Castelfranco Emilia, della durata prevista di sei mesi, era stata disposta a seguito di numerose violazioni, quaranta in totale, al regime di libertà vigilata a cui era sottoposto; un periodo al termine del quale le autorità giudiziarie avrebbero dovuto valutare nuovamente il suo profilo di rischio.
La rete di supporto e l'epilogo a Cadrezzate
Le indagini, che si sono concentrate fin dall'inizio nella provincia di Varese, area dove l'uomo è cresciuto e della quale conservava una profonda familiarità, hanno progressivamente messo in luce come Del Grande non abbia agito da solo. Le forze dell'ordine, le cui dichiarazioni lasciano intendere l'esistenza di una rete di supporto, hanno sottolineato come "qualcuno lo abbia aiutato" durante i quattordici giorni di latitanza. L'epilogo della vicenda, che ha riportato l'attenzione pubblica su una tragedia familiare che ha segnato profondamente la memoria collettiva locale, si è consumato in modo emblematico a Cadrezzate, all'interno della stessa abitazione che fu teatro del massimo crimine, un dettaglio che conferisce all'intera storia un sinistro carattere di circolarità.
Le dinamiche operative dell'arresto
L'azione che ha portato alla cattura è scattata nella serata di mercoledì, quando i militari, avendo circoscritto con precisione il rifugio dell'evaso, sono intervenuti per trarlo in arresto. L'operazione, condotta senza resistenza, ha evitato che il piano di fuga verso il confine elvetico, per il quale si era già procurato il mezzo natante, potesse realizzarsi. L'episodio riaccende i riflettori sull'applicazione delle misure di sicurezza non detentive e sulla complessa gestione di individui condannati per reati di eccezionale gravità, sollevando interrogativi sulle procedure di controllo e sulla capacità di prevenire evasioni e recidive.




