La Bce frena il piano Ue sui fondi russi per Kiev, nessuna garanzia sui 140 miliardi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la retorica politica insiste, ormai da mesi, sulla centralità dell'Europa nel sostenere l'Ucraina, le istituzioni finanziarie segnalano limiti concreti e divergenze profonde. La Commissione europea, come noto, ha elaborato due distinte proposte legislative per assicurare a Kiev risorse finanziarie nel biennio 2026-2027, cercando di conciliare le diverse sensibilità dei paesi membri. La prima ipotesi, quella più tradizionale, prevede l'emissione di un prestito comunitario sui mercati, garantito dal bilancio dell'Unione. La seconda, ben più ambiziosa e dibattuta, punta invece a sfruttare gli attivi russi, che sono attualmente immobilizzati presso alcune istituzioni finanziarie europee, per generare un prestito di riparazione del valore di circa 140 miliardi di euro.

Il nodo della garanzia e il ruolo della Bce

Il cuore del contendere, emerso con chiarezza nelle ultime settimane, non risiede tanto nel principio politico dell'utilizzo di quei fondi, su cui si è già legiferato per trattenere gli utili derivanti, quanto nel meccanismo tecnico-finanziario per realizzarlo. La proposta più audace della Commissione, che prevede di impiegare "la liquidità delle istituzioni finanziarie europee" che detengono gli asset, si scontra infatti con la ferma opposizione della Banca centrale europea. L'istituto di Francoforte, stando a quanto riportato, ha infatti chiarito che non intende fungere da prestatore di ultima istanza o fornire coperture ai governi dell'eurozona o alla stessa piattaforma Euroclear nel caso in cui l'operazione dovesse fallire e la Russia, in futuro, rivendicasse con successo il diritto alla restituzione integrale dei propri beni confiscati.

Le preoccupazioni tecniche e i rischi legali

La posizione della Bce, che alcuni a Bruxelles interpretano come un brusco freno ai piani della presidente Ursula von der Leyen, si basa su una valutazione di stabilità finanziaria e sulla salvaguardia del proprio mandato primario. La mossa di utilizzare il capitale immobilizzato, e non solo i proventi da esso generati, per emettere obbligazioni a favore di Kiev, espone infatti a rischi legali non trascurabili e a possibili ritorsioni. Proprio per tentare di arginare tali pericoli, le proposte della Commissione includono specifiche clausole che mirano a vietare il ritorno degli asset a Mosca fino al termine del conflitto, oltre a garanzie per proteggere stati e istituzioni da contenziosi internazionali. Tuttavia, queste precauzioni non sembrano aver convinto i tecnici di Francoforte, i quali continuano a vedere nell'intera operazione un elemento di potenziale instabilità.

Uno stallo che riflette divisioni più ampie

Questo braccio di ferro, che vede da un lato la spinta politica della Commissione e dall'altro la cautela della Banca centrale, non fa che riflettere le divisioni esistenti tra i governi dell'Unione sulla questione. La presentazione stessa di due percorsi alternativi dimostra quanto la materia sia controversa e delicata, costringendo la stessa von der Leyen a tenere aperte strade diverse. La modifica al Quadro finanziario pluriennale, necessaria per sostenere entrambe le opzioni, rappresenta un ulteriore tassello di un negoziato complesso, il cui esito è tutt'altro che scontato. L'assenza di un paracadute da parte della Bce, in particolare, rende l'ipotesi degli asset russi un'opzione politicamente e finanziariamente più rischiosa di quanto non apparisse nelle dichiarazioni pubbliche dei leader europei.

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