Verdone e gli scherzi, il figlio Paolo: “Si finse l’agente di Totti per farmi un provino”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non c’è nulla di più privato, eppure a tratti universale, del rapporto tra un padre e un figlio, specialmente quando quel padre si chiama Carlo Verdone e la fama, con la sua scorta di riflettori, ha sempre abitato accanto al tavolo di casa. A raccontarlo, con una lucidità affettuosa che nulla toglie alla complessità degli affetti, è Paolo Verdone, secondogenito del celebre regista e attore romano, nato nel 1987 da quel matrimonio con Gianna Scarpelli durato fino al 1996 – un legame, questo, che pur nella separazione legale ha continuato a tessere le dinamiche familiari. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Paolo traccia un ritratto in cui l’apprensione paterna si mescola a quella vena irresistibilmente teatrale, fatta di trovate e messe in scena, che ha sempre caratterizzato il modo di essere dell’attore.

Uno scherzo lungo una carriera, il “provino” con la Roma che parte da un telefono

Tra gli aneddoti che restituiscono il senso di un’infanzia trascorsa all’ombra di un comico, ce n’è uno che per Paolo conserva ancora il sapore di un colpo di scena. Aveva dieci anni, quell’età in cui il pallone è il centro del mondo, e militava nelle giovanili del Valle Aurelia. Dopo una partita in cui aveva realizzato una doppietta sotto lo sguardo attento del padre, la mattina seguente squillò il telefono di casa. All’altro capo, una voce seria e autorevole si presentava come l’agente di Francesco Totti: lo aveva visto giocare, gli comunicava, e l’intenzione era quella di convocarlo a Trigoria per un provino con la Roma. La magia, come sempre accade in certe famiglie dove il confine tra realtà e rappresentazione si assottiglia, durò il tempo necessario a capire che dall’altra parte non c’era un procuratore, ma suo padre, che inscenava con precisione registica uno dei suoi celebri scherzi. “Mi offesi tanto”, ricorda Paolo, rivelando non solo il gesto in sé ma anche la profondità di un legame in cui la burla si fa, paradossalmente, dichiarazione d’interesse.

I ricordi di un padre “partecipe” tra motorini, vacanze e oggetti rotti in salotto

L’infanzia di Paolo Verdone, così come la descrive lui stesso, scorre tra immagini che sembrano uscite da una commedia degli anni Ottanta, con la consapevolezza, però, di chi le ha vissute sulla propria pelle. I genitori si separarono presto, ma la presenza del padre, lungi dall’essere intermittente, si manifestava in quella che lui definisce “partecipe e molto apprensiva”: un uomo che, pur non potendo accompagnarli a scuola ogni mattina, voleva sapere nei dettagli come fosse andata la giornata. C’erano poi i pomeriggi casalinghi trasformati in campi da calcio, con il salotto che diventava teatro di tiri in porta destinati a concludersi puntualmente con un vaso o una cornice infranti. A quel punto, la scenetta si ripeteva: mentre Paolo correva a distrarre la madre, Carlo tentava faticosamente di ricomporre i cocci, in una sorta di complicità silenziosa che trasformava la marachella in rito. E poi le estati a Sabaudia, con la madre Gianna e la sorella Giulia – quest’ultima descritta come estremamente riservata – e l’arrivo del padre dal set, in sella al suo motorino “Ciao”, a ricucire la distanza imposta dal lavoro.

Un’apprensione che non molla mai, quella del regista, nemmeno davanti a una visita medica

A distanza di anni, il rapporto tra Paolo e suo padre conserva tracce evidenti di quella cura ossessiva che Carlo Verdone sembra aver riversato nella paternità con la stessa intensione che mette nei suoi personaggi. Un dettaglio, forse minimo, rende l’idea: quando Paolo prenota una visita medica senza avvertirlo, la reazione del padre è l’irritazione. Non una semplice preoccupazione, ma il bisogno di essere informato, di presidiare ogni aspetto della vita dei figli con la stessa meticolosità di chi dirige una scena. È questa la cifra di un’apprensione che non conosce tregua, e che l’intervista al Corriere restituisce senza fronzoli. D’altronde, essere figlio di Carlo Verdone, per Paolo, ha significato anche fare la comparsa in alcuni dei suoi film – un’esperienza che non gli ha generato gelosia, ma semmai la chiara consapevolezza di voler intraprendere una strada diversa, lontana dai riflettori. L’intervista di Paolo Verdone diventa così una sorta di controcanto, il punto di vista di chi ha guardato il grande comico dal retro del palco, scoprendo un uomo capace di vestire i panni dell’agente di Totti al telefono come quelli di un padre che, di notte, dopo la cerimonia degli Oscar, si addormentò stanco, trovando il mattino dopo un biglietto lasciatogli sul frigo dal figlio: un gesto minimo, forse il più vero, per ricucire l’attesa.

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