La liquidazione Hoepli e il conflitto tra i soci: la fine di un'era per la libreria milanese

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La decisione, formalizzata al termine di un'assemblea che i dipendenti hanno contestato con un'ora di sciopero, porta la data del 10 marzo e condanna uno dei salotti buoni della cultura milanese a spegnere le luci dopo 156 anni di attività. Il comunicato ufficiale di Hoepli Spa parla di una “sofferta e approfondita riflessione sulla situazione complessiva”, ma chi conosce i meccanismi interni alla casa editrice e alla libreria sa bene che i numeri, pure negativi, raccontano solo una parte della verità. I risultati di esercizio, certo, non sono positivi e si legano a un andamento previsionale del mercato editoriale che definire complicato sarebbe un eufemismo, ma il vero nodo, quello che ha reso ogni tentativo di risalita una battaglia persa in partenza, risiede in un conflitto endosocietario definito “gravoso” e ormai incancrenitosi tra i due rami della famiglia proprietaria. Da un lato i tre figli di Ulrico Carlo Hoepli, Giovanni, Matteo e Barbara, che detengono la maggioranza; dall’altro il cugino Giovanni Nava, figlio di Bianca Maria Hoepli, azionista di minoranza con circa un terzo del capitale, con il quale qualsiasi dialogo strategico sembra essersi interrotto da tempo, lasciando spazio a veti incrociati e a una paralisi decisionale che ha fatto il resto.

I conti in ordine e la “occasione d’oro” sfumata

Analizzando i bilanci, e in particolare l’ultimo rendiconto approvato al 30 giugno 2025, emerge un quadro che rende la scelta della liquidazione meno scontata di quanto si possa pensare. La perdita, attestatasi intorno al milione di euro, è certamente un campanello d’allarme, ma il patrimonio netto resta positivo per oltre undici milioni, segno che l’azienda non era in una situazione di dissesto irreversibile. Si è parlato, in queste settimane, di una “cura draconiana” messa in atto per tagliare i costi, compreso quello del lavoro ridotto in maniera significativa, e di un’emorragia di cassa che la proprietà avrebbe quantificato intorno ai duecentomila euro al mese. Eppure, a far propendere per lo scioglimento, più delle cifre, sarebbe stato il fallimento di una trattativa di vendita che l’avvocata della società, Laura Cavallari, non ha esitato a definire una “occasione d’oro”. Secondo quanto ricostruito, un primario gruppo editoriale italiano si era fatto avanti con una proposta di acquisizione, ma l’operazione è saltata per il diniego del socio di minoranza. Giovanni Nava, dal canto suo, respinge al mittente le accuse, parlando di una proposta “a scatola chiusa” che non garantiva alcuna salvaguardia per i posti di lavoro e che, di fatto, lo avrebbe privato di diritti sostanziali, anche sull’immobile storico di via Hoepli, senza offrire le necessarie trasparenze sui conti e sulle reali intenzioni dell'acquirente. Una frattura, questa, che ha reso la liquidazione volontaria, affidata alla legale Laura Limido con il compito dichiarato di preservare il valore del patrimonio aziendale, l’unica via d’uscita per la maggioranza.

La mobilitazione dei librai e il presidio del preside Barrella

Mentre i legali dei due fronti familiari incrociavano le loro versioni, con dichiarazioni al vetriolo che hanno riempito le pagine dei quotidiani locali, la città non è rimasta a guardare. Il timore di perdere non solo un posto di lavoro – sono 49 i librai coinvolti nella procedura di cassa integrazione a zero ore, su un totale di circa 90 dipendenti – ma un pezzo di storia, ha spinto molti a scendere in campo. Tra le voci più autorevoli a levarsi c’è stata quella di Massimo Nunzio Barrella, preside del liceo classico Parini, che per oltre tre ore ha letteralmente “occupato” gli spazi della libreria, spostandosi da un piano all’altro con cartelli appiccicati addosso per lanciare un appello accorato: “La cultura non si liquida”, si leggeva sui fogli che indossava. Il suo è stato un atto di gratitudine e di coscienza, come ha tenuto a spiegare, per evitare che la città si avvii verso quei “mondi distopici” dove a esistere sono solo grandi catene anonime e uniformi. Un gesto simbolico, certo, ma che ha avuto il merito di riaccendere i riflettori su una vicenda che rischiava di rimanere confinata alle aule dei tribunali e alle stanze dei bottoni, restituendole quella dimensione pubblica e collettiva che una libreria come Hoepli, del resto, ha sempre avuto.

La prospettiva dei dipendenti e il futuro incerto

I sindacati, Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, che già in passato avevano denunciato l’assenza di un piano industriale credibile da parte dell’azienda, hanno raccolto la protesta e l’hanno indirizzata verso iniziative pubbliche. Lo sciopero proclamato in concomitanza con l’assemblea dei soci è stato solo il primo atto di una mobilitazione che culminerà in un flash mob davanti alla libreria, un appuntamento aperto alla cittadinanza per ribadire la contrarietà a qualsiasi ipotesi di “spezzatino societario” e chiedere invece un progetto concreto di rilancio. Il nodo, adesso, è tutto nelle mani della liquidatrice, chiamata a valutare eventuali offerte d’acquisto che dovessero arrivare, dopo che nei mesi scorsi, oltre al misterioso gruppo editoriale italiano, si erano affacciate all’orizzonte anche realtà internazionali, ma senza mai concretizzarsi in un accordo. La speranza dei lavoratori, e di tutti coloro che in queste ore stanno firmando petizioni e presidiando i social, è che dalla procedura possa emergere un compratore disposto a rilevare l’intero complesso aziendale, preservandone l’integrità e la storica missione culturale, evitando così che l’insegna “Hoepli” diventi solo un ricordo, un cimelio di un’epoca in cui i libri e chi li vendeva erano considerati un tesoro e non un peso.

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