La casa editrice Hoepli si ferma: assemblea dei soci approva la messa in liquidazione volontaria
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Redazione Interno
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Dopo oltre un secolo e mezzo di storia, un pilastro dell'editoria milanese e italiana interrompe la sua corsa. L’assemblea dei soci di Hoepli S.p.A., riunitasi nel pomeriggio di ieri, ha deliberato lo scioglimento volontario della società e il conseguente avvio della procedura di liquidazione. Una decisione, come si legge in una nota diffusa al termine della riunione, maturata “all’esito di una sofferta e approfondita riflessione sulla situazione complessiva della Società” e che di fatto sancisce la fine dell’attività per la casa editrice fondata nel 1870 dallo svizzero Ulrico Hoepli.
A pesare sul destino della storica casa editrice sono stati due fattori principali, strettamente intrecciati tra loro. Da un lato, i risultati di esercizio negativi, legati anche a un andamento previsionale del mercato editoriale e librario tutt’altro che roseo; dall’altro, e forse questo è l’elemento che ha reso ogni tentativo di risanamento vano, la “consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario” che da tempo oppone i due rami della famiglia proprietaria. Una frattura, quella tra gli eredi, che ha paralizzato ogni scelta strategica e impedito, nei fatti, la presentazione di un piano industriale credibile per il rilancio, come più volte richiesto anche dai rappresentanti dei lavoratori.
Lo sciopero dei dipendenti e la nomina del liquidatore
Proprio mentre i soci erano riuniti per sancire il futuro dell’azienda, all’esterno della sede di via Hoepli una novantina di dipendenti hanno dato vita a un’ora di sciopero. Con cartelli che recitavano “La cultura non si liquida”, i lavoratori hanno voluto esprimere il loro “disappunto e profonda preoccupazione” per una vertenza che li vede spettatori impotenti di uno scontro che rischia di cancellare i loro posti di lavoro e un pezzo di storia culturale del paese. Un’agitazione, questa, che prelude a ulteriori iniziative di protesta annunciate per i prossimi giorni, a cominciare da un flash mob organizzato per sabato mattina davanti alla libreria su invito della Cgil.
Nel corso dell’assemblea, oltre al voto sulla liquidazione, è stata decisa anche la nomina dell’avvocato Laura Limido come liquidatore. Una scelta, quella del cda, motivata dalla volontà di assicurare una “conduzione della liquidazione imparziale ed efficiente”, con l’obiettivo dichiarato di preservare per quanto possibile il valore del patrimonio aziendale e garantire la massima tutela ai creditori e ai dipendenti. La stessa nota aziendale ha tenuto a precisare che il riserbo mantenuto nelle ultime settimane, nonostante la crescente attenzione mediatica, era stato imposto dalla necessità di non anticipare decisioni prima che gli organi competenti potessero assumerle in piena autonomia e responsabilità.
La battaglia del socio di minoranza Giovanni Nava
All’indomani del verdetto dell’assemblea, non si è fatta attendere la reazione del socio di minoranza Giovanni Nava, figura che rappresenta uno dei due fronti della contesa familiare e che detiene circa un terzo delle quote societarie. Nava, che in passato aveva dichiarato di aver rifiutato un’offerta di dieci milioni di euro dai cugini per uscire dalla compagine sociale, ha espresso con forza il suo dissenso, annunciando battaglia legale. “Prendo atto con grande dispiacere della decisione della maggioranza dei Soci”, ha dichiarato in una nota, “che in assemblea hanno votato a favore della liquidazione della società e della cessione dell’azienda anche frazionata in rami o, addirittura, del tutto disgregata”. La sua opposizione in sede di riunione non è bastata a scongiurare quella che definisce una “deriva”, e per questo ha già preannunciato l’intenzione di proseguire la sua “battaglia in tutte le sedi e con ogni mezzo messo a disposizione dalla legge” pur di tutelare un’attività che, a suo dire, rappresenta un pezzo di storia d’Italia ancora vitale grazie all’impegno dei suoi lavoratori.
La scelta della maggioranza dei soci, di fatto, apre ora scenari complessi per il futuro del marchio, della libreria e del catalogo editoriale. Si parla della possibilità di una cessione a pezzi, il cosiddetto “spezzatino”, con possibili interessamenti da parte di fondi o gruppi editoriali per singoli rami d’azienda, come quello scolastico. Un’ipotesi, questa, che i sindacati hanno duramente stigmatizzato, parlando di una decisione che “antepone la drastica e frettolosa soluzione di screzi familiari al futuro di un'azienda, di 90 dipendenti, di una storica libreria indipendente, presidio culturale della città di Milano”.




