La pioggia non ferma Milano: in mille per la Hoepli, il Comune apre un tavolo
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Redazione Interno
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Sabato mattina, sotto un cielo grigio che non prometteva nulla di buono, via Hoepli si è trasformata in un palcoscenico inatteso. La pioggia, battente e insistente, non ha disperso la folla; l’ha semmai compressa sotto i portici e i pochi ombrelli, creando un effetto visivo di corpi stretti, di voci ovattate dal rumore dell’acqua, di sguardi persi verso quelle vetrine che potrebbero non riaprire. Erano lì, centinaia di persone – alcune fonti parlano addirittura di un migliaio – per un flash mob che di improvvisato aveva ben poco, organizzato dai dipendenti della storica casa editrice e libreria, messa in liquidazione volontaria dai soci di maggioranza dopo 156 anni di attività ininterrotta.
Tra la ressa, che occupava l’intera strettoia che da piazza Scala conduce al cuore del quartiere, spiccava l'immagine di una bambina, avvolta in un cappotto rosso, che reggeva uno striscione con una frase volutamente ingenua ma politicamente potente: “Credo nelle favole, viva la Hoepli”. Un messaggio che, nella sua semplicità, riassumeva il sentimento di molti adulti presenti, i quali alla favola, però, cercano di dare una consistenza concreta fatta di petizioni, scioperi e presidi. Accanto a lei, una signora di 81 anni, Fosca, che per non perdersi la manifestazione si era portata una sediolina pieghevole, ascoltando seduta in mezzo al marciapiede gli interventi che si susseguivano. C’era anche Susanna Schwarz, ex direttrice della casa editrice, che stretta in uno sciarpone per ripararsi dall’umidità, non ha usato giri di parole: “È una vergogna”, ha commentato a chi le chiedeva un parere, mentre attorno a lei si moltiplicavano gli abbracci, segno di un affetto che va oltre il semplice rapporto commerciale.
La scintilla di questa mobilitazione è scattata nei giorni scorsi, quando l’assemblea dei soci della Hoepli Spa – controllata dai fratelli Giovanni, Matteo e Barbara Hoepli, con una quota di minoranza del cugino Giovanni Nava – ha deliberato lo scioglimento della società. Una decisione motivata ufficialmente dai bilanci in rosso, che secondo la proprietà arriverebbero a perdere duecentomila euro al mese, e da un conflitto familiare ormai insanabile che, di fatto, paralizzava ogni strategia di rilancio. Il socio Nava, presente alla manifestazione, contesta però la ricostruzione, accusando la maggioranza di aver rifiutato un’offerta di acquisto da parte di un importante gruppo editoriale, un’offerta che lui definisce “a scatola chiusa” e senza garanzie per l’occupazione, scatenando un botta e risposta legale che aggiunge ulteriore tensione a una vicenda già di per sé complessa.
Dall’altra parte, quella dei lavoratori e della città, la risposta è stata immediata e corale. La petizione lanciata su change.org ha superato abbondantemente le 41mila firme, con adesioni che arrivano dal mondo dello spettacolo e della cultura – nomi come Vinicio Capossela, Alessandro Cattelan, Cochi Ponzoni e Mario Calabresi – ma anche dal popolo dei lettori comuni, che sul grande foglio bianco affisso alle vetrine hanno lasciato messaggi di affetto e sconcerto. “Non uccidere il cuore culturale di Milano un pezzo alla volta”, ha scritto un partecipante, mentre un libraio con ventisette anni di servizio alle spalle osservava la scena con commozione, ricordando come a Firenze, di fronte a chiusure simili, non ci sia stata la stessa reazione. E proprio mentre la folla si stringeva per ascoltare le note di “La libertà” di Giorgio Gaber, intonata a coro, arrivava la notizia che tutti aspettavano: il Comune di Milano ha convocato un tavolo con i sindacati per venerdì 20 marzo.
Un tavolo di confronto tra speranze e nodi irrisolti
La convocazione, annunciata dalla Cgil Milano durante il presidio, è stata definita “la prima buona notizia dopo settimane di angoscia” per gli 89 dipendenti, ai quali allo stato attuale si prospetta la cassa integrazione a zero ore per un massimo di due mesi. L’incontro con l’amministrazione comunale rappresenta un primo, concreto riconoscimento istituzionale di una vertenza che, come ha sottolineato il consigliere regionale del Pd Pierfrancesco Majorino intervenendo tra la folla, non può essere considerata una semplice questione privata tra soci, ma investe l’interesse pubblico e il bene collettivo. L’obiettivo dichiarato dai sindacati, Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil, è duplice: scongiurare lo “spezzatino societario”, ovvero la vendita separata dei marchi e degli immobili, e avviare un confronto serio per un progetto di rilancio che preservi l’identità culturale della libreria.
Sul fronte delle possibili soluzioni, emergono scenari differenti per i due rami dell’azienda. La casa editrice, forte di un catalogo storico e di pubblicazioni in ambito tecnico-scientifico, sembra mantenere una sua appetibilità sul mercato e avrebbe già attirato l’interesse di alcuni gruppi editoriali. Più complessa appare invece la situazione della libreria, un imponente spazio su più piani nel cuore di Milano, la cui gestione è economicamente più fragile. Circolano voci di un possibile interessamento da parte di Mondadori o di altre catene, ma si tratta ancora di ipotesi. A complicare il quadro, la proprietà dell’immobile di via Hoepli, che non è della società in liquidazione ma fa capo a una fiduciaria riconducibile al ramo della famiglia Hoepli, un elemento che potrebbe aprire la strada a operazioni immobiliari ben lontane dalla vocazione culturale del luogo. Per questo, qualcuno ha avanzato la proposta di riconoscere alla libreria il Titolo di “bottega storica”, un provvedimento che, se approvato, potrebbe offrire strumenti di tutela maggiori, anche se la proprietà, finora, non avrebbe mostrato interesse in questa direzione.
La città in presidio tra memoria e futuro
Mentre la politica e i sindacati si preparano al confronto di venerdì, la scena di sabato resta impressa come un fotogramma di resistenza civile. Gente comune, professionisti, studenti, anziani e bambini si sono mescolati ai librai, molti dei quali indossavano la sciarpa con i colori sociali della Hoepli. C’era chi, come Rossella Malavenda, interior designer, aveva portato i figli con sé, con l’intento esplicito di insegnare loro “il valore della cultura”. E c’era chi, come il preside del liceo classico Parini Massimo Nunzio Barrella, nei giorni precedenti aveva simbolicamente “occupato” i piani della libreria, gironzolando tra gli scaffali con cartelli appiccicati addosso per sensibilizzare l’opinione pubblica.
La pioggia, alla fine, ha smesso di cadere. Il flash mob si è sciolto lentamente, lasciando spazio a strette di mano e a promesse di ritornare, a un filo di ottimismo in più tra i dipendenti che, nel pomeriggio, hanno riaperto le porte al pubblico. Milano, per una mattina, si è fermata lì, in quella via intitolata al fondatore Ulrico Hoepli, a difendere un’idea di città che non vorrebbe ridursi a essere solo una sommatoria di fondi di investimento e catene di negozi uguali in ogni angolo del mondo. La partita, ora, si sposta nelle stanze del Comune, con l’obiettivo di trasformare la spinta emotiva della piazza in un progetto sostenibile, capace di tenere insieme i conti e la storia.




