Il tramonto di un pezzo di Milano: non potremo più dire "Ci vediamo alla Hoepli"
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Redazione Interno
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La delibera, giunta al termine di un'assemblea durata poco più di un'ora, porta la data di martedì 10 marzo e sancisce lo scioglimento volontario della società, un atto formale che però pesa come un macigno sulla storia culturale ed economica della città. L’assemblea dei soci di Hoepli Spa, riunitasi su proposta del consiglio di amministrazione, ha infatti optato per questa soluzione estrema, motivandola con una "sofferta e approfondita riflessione sulla situazione complessiva della Società". Una riflessione che, stando a quanto si legge nella nota ufficiale diffusa dall'azienda, ha preso in esame tanto i risultati di esercizio negativi, strettamente correlati all’andamento previsionale del mercato editoriale, quanto la "consistente impossibilità di far cessare il gravoso conflitto endosocietario". Due ordini di problemi, questi, che hanno reso la liquidazione, agli occhi della maggioranza, "l'unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale e assicurarne, per quanto possibile, la migliore salvaguardia".
Una frattura familiare che diventa insanabile
Dietro le secche formule del linguaggio societario, ciò che emerge con chiarezza è lo scontro, ormai logorante e senza esclusione di colpi, tra i diversi rami della famiglia Hoepli, giunta alla sesta generazione. La proprietà era divisa sostanzialmente in due blocchi: da una parte la Sef, la società che fa capo a Ulrico Carlo Hoepli e ai suoi tre figli Giovanni, Matteo e Barbara, la quale deteneva poco meno della metà del capitale; dall’altra Giovanni Nava, figlio di Bianca Hoepli e cugino dei precedenti, azionista di minoranza con circa un terzo delle quote. Un conflitto che, come testimoniato dai verbali dell’assemblea dello scorso 28 novembre, aveva raggiunto livelli di aspra contrapposizione, con reciproche accuse e contenziosi legali ancora in corso. Giovanni Nava, il socio di minoranza, ha espresso senza mezzi termini il proprio dissenso, dichiarando di essersi opposto "a questa deriva" e annunciando l’intenzione di continuare "la battaglia in tutte le sedi e con ogni mezzo messo a disposizione dalla legge" pur di tentare di salvare l’attività. Una frattura, quella interna alla famiglia, che nemmeno l'appello al senso di responsabilità lanciato dal sindaco Beppe Sala è riuscita a ricomporre.
I numeri di una crisi annunciata e la protesta dei lavoratori
A rendere il quadro ancora più complesso, naturalmente, c’è la situazione economica. L'ultimo bilancio, chiuso al 30 giugno 2025, parlava di ricavi in calo dell'8,5% e di una perdita che aveva sfiorato il milione di euro, nonostante un patrimonio netto rimasto positivo per oltre undici milioni. Pesa, e non poco, la contrazione del mercato editoriale, l'inverno demografico che inizia a farsi sentire anche sull'editoria scolastica, e la concorrenza spietata dei grandi colossi dell'e-commerce. La stessa attività produttiva aveva subìto una frenata: meno novità pubblicate, meno ristampe, un calo del 21% delle copie stampate. Una cura draconiana, insomma, che aveva già portato a una riduzione dei costi, incluso quello del lavoro, ma che non è bastata a scongiurare l’epilogo. E mentre i soci deliberavano, fuori dalla sede di via Hoepli, una novantina di dipendenti incrociavano le braccia, dando vita a uno sciopero di un’ora indetto all’unanimità dalle rappresentanze sindacali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil. I lavoratori, che nei giorni scorsi avevano già ricevuto la notifica di tredici settimane di cassa integrazione, denunciano da tempo l'assenza di un piano industriale e ribadiscono con forza la loro contrarietà a qualsiasi ipotesi di liquidazione o frammentazione aziendale. Per sabato 14 marzo è già stato annunciato un flash mob davanti all'ingresso della libreria, nel cuore di Milano, con uno slogan che suona come un monito: "La cultura si difende, non si liquida".
Il futuro del marchio e l’incognita dello "spezzatino"
Ora la gestione della procedura è stata affidata all'avvocata Laura Limido, scelta dall'assemblea per garantire, come si legge nella nota aziendale, "imparzialità ed efficienza" nel rispetto dei diritti di creditori e dipendenti. Ma il destino del marchio Hoepli, dei suoi prestigiosi archivi e del catalogo editoriale è appeso a un filo. Non è esclusa, anzi, è una delle ipotesi più concrete, la cessione dell'azienda suddivisa in rami. Stando a quanto riportato, nei mesi scorsi si sarebbero già fatte avanti alcune realtà editoriali concorrenti, come Mondadori, Feltrinelli e la multinazionale Pearson, interessate in particolare alla redditizia divisione di editoria scolastica. Uno scenario, quello di una vendita "a spezzatino", che agita non poco i dipendenti e che lo stesso Giovanni Nava ha paventato con preoccupazione. La libreria in sé, quella di cinque piani con i suoi due chilometri di scaffali e i commessi preparatissimi che da sempre consigliano studenti e professionisti, rappresenta un’altra incognita. Nata nel 1870 per volere dello svizzero Ulrico Hoepli, che da garzone di libreria a Zurigo divenne editore e libraio del re, la Hoepli ha attraversato guerre e cambiamenti, diventando un’istituzione. Oggi, quella storia ultracentenaria si trova davanti al suo capitolo più buio.




