La storica libreria Hoepli chiude i battenti dopo 156 anni: è liquidazione
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Redazione Interno
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“In labore virtus et vita”. Il motto, inciso nella grande H che dal lontano 1870 campeggia sui frontespizi delle pubblicazioni Hoepli, suona oggi come un amaro epitaffio. Perché lavoro, almeno per gli 89 dipendenti della libreria di via Ulrico Hoepli e per quelli della casa editrice, presto non ci sarà più. L’assemblea dei soci, riunitasi nel pomeriggio di martedì 10 marzo, ha infatti deliberato lo scioglimento volontario della società e la conseguente messa in liquidazione, decretando di fatto la fine di una pagina fondamentale della storia culturale non solo milanese, ma italiana. Una decisione, questa, maturata – come si legge in una nota ufficiale della società – “all’esito di una sofferta e approfondita riflessione sulla situazione complessiva”, in cui hanno pesato come un macigno i risultati di esercizio negativi, le fosche previsioni sul mercato editoriale e, fattore non certo secondario, un “gravoso conflitto endosocietario” che da tempo avvelena il clima tra gli eredi del fondatore.
Il bilancio al 30 giugno 2025, d’altronde, raccontava già di una realtà in sofferenza, con ricavi in calo dell’8,5% e una perdita che ha sfiorato il milione di euro, nonostante un patrimonio netto ancora positivo per oltre undici milioni e una cura draconiana sui costi, che aveva portato a una riduzione del 14,6% del costo del lavoro. Una fotografia, quella dei conti, che per la maggioranza della famiglia – il ramo primogenito facente capo a Ulrico Carlo Hoepli e ai suoi tre figli, Barbara, Matteo e Giovanni – non lasciava alternative se non la liquidazione, presentata come “l’unica soluzione giuridicamente appropriata per evitare la dispersione del patrimonio aziendale”. Ma è proprio su questo punto che si consuma la frattura con il socio di minoranza, Giovanni Nava, figlio di Bianca Hoepli e titolare di circa un terzo delle quote, il quale vede in questa mossa non un atto di responsabilità, bensì una resa immotivata e una resa dei conti familiare.
La battaglia di Giovanni Nava e il “no” ai dieci milioni
Giovanni Nava, nipote del fondatore e fiume in piena di memorie e rivendicazioni, non è uomo che intenda assistere in silenzio al tramonto dell’impero di famiglia. La sua opposizione alla liquidazione è netta e carica di pathos, alimentata da anni di tensioni e cause legali, alcune delle quali, come una battaglia decennale condotta in Svizzera per il riconoscimento delle quote, lo hanno visto uscire vittorioso. “Agiremo secondo legge, senza riserve, perché andare a distruggere un patrimonio familiare e culturale è una cosa mostruosa”, ha dichiarato, annunciando battaglia legale contro quella che definisce una “gestione opaca” che lo esclude sistematicamente. Nava rivela che circa otto mesi fa i cugini gli avrebbero offerto una somma superiore ai dieci milioni di euro per uscire di scena, un’offerta che ha rifiutato con sdegno: “Ma io ho i miei diritti e li esprimo nel voler salvare la Hoepli e non nel prendere i soldi e andarmene alle Bahamas”. Il suo piano, a suo dire, sarebbe stato un altro: affidare il rilancio a un nuovo management, terzo e competente, capace di traghettare la nave fuori dalle secche, piuttosto che affondarla deliberatamente. Un tentativo, questo, che non è stato nemmeno preso in considerazione dalla maggioranza, decisa invece a procedere per la propria strada.
Lo choc dei librai e la mobilitazione dei lavoratori
Mentre i soci discutevano davanti al notaio, all’esterno della libreria, in una via Hoepli trasformata in presidio, i dipendenti incrociavano le braccia per uno sciopero simbolico di un’ora. Per loro, la notizia della liquidazione è arrivata come un fulmine a ciel sereno, nonostante le voci che da settimane circolavano. “È stato uno choc. Ne parlavamo da giorni ma nessuno di noi credeva davvero che l’avrebbero fatto”, ha raccontato Stefano Fanti, libraio dal 1999 e responsabile del reparto Scienze umane, descrivendo la sensazione di vedere “crollare i cinque piani della nostra casa”. I sindacati di categoria, Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, hanno subito raccolto la rabbia e la preoccupazione dei lavoratori, organizzando per sabato 14 marzo un flash mob davanti all’ingresso della libreria con un motto chiaro e diretto: “La storia di Milano non si liquida”. Un grido d’allarme che mira a scuotere le coscienze della città, perché, come sostengono i rappresentanti sindacali, “la liquidazione non è solo una resa imprenditoriale, ma è una mossa che antepone la drastica e frettolosa soluzione di screzi familiari al futuro di un’azienda”.
Un patrimonio culturale a rischio tra spezzatino e possibili acquirenti
Ora si apre la fase calda della liquidazione, affidata dalla società all’avvocata Laura Limido, scelta per garantire “imparzialità e trasparenza” alla procedura con l’obiettivo dichiarato di tutelare creditori e dipendenti. Un compito delicatissimo, che dovrà districare la matassa di un patrimonio editoriale unico, fatto di cataloghi storici, diritti e un marchio conosciuto in tutto il mondo. Lo spettro che aleggia, e che Nava denuncia apertamente, è quello della vendita “a spezzatino”, con i rami più pregiati dell’azienda – in particolare la redditizia divisione di editoria scolastica, forte di una quota di mercato intorno al 5% – che potrebbero finire nelle mani di concorrenti. Nei mesi scorsi, del resto, si erano già fatte avanti realtà del calibro di Mondadori e Feltrinelli, mentre più recentemente sarebbe emerso l’interesse di un fondo internazionale e della casa editrice Pearson. La preoccupazione, per chi ha vissuto tra quegli scaffali un’intera carriera, è che la cura degli interessi di creditori e soci finisca per polverizzare un’identità culturale costruita in oltre un secolo e mezzo, riducendo la Hoepli a un marchio svuotato del suo significato più profondo.




